giovedì 1 luglio 2010

Ikea







“E’ che quando compri dei mobili tu pensi: non avrò più bisogno di comprare un divano. Qualunque cosa succeda il problema del divano è risolto”. Con queste parole Edward Norton esprime il suo cordoglio per tutte le sue “cazzate andate perse” ad uno scetticissimo Tyler Durden. E Tyler risponde: “Le cose che possiedi, alla fine ti possiedono”.

Potrei trascorrere ore ed ore a trascrivere come un mentecatto i dialoghi di Fight Club, specie dopo essere stato ad Ikea e… no, non ho in programma di dire spiritosaggini su Ikea e chi la frequenta. Del resto come potrei, essendo stato ed essendo ancora oggi uno dei suoi clienti. Cliente involontario, se vogliamo, ma pur sempre cliente: me lo sarei risparmiato, questo giro, a scegliermi l’ennesimo armadio della misura giusta, un altro, dopo aver congetturato che il penultimo - un quattro stagioni tipicamente da coppia  -  sarebbe stato l’ultimo e definitivo, almeno nel ciclo delle case in affitto.
Fino a qualche anno fa i traslochi erano un trasporto di roba da recupero, mobili spaiati rimediati ovunque o ereditati da vecchi inquilini. Nell'età adulta i traslochi richiedono minimo un pellegrinaggio ad Ikea.

E no, non voglio nemmeno piangermi addosso, anche se probabilmente lo farò, è nella mia natura, ho anche l’alibi e per qualche mese, immagino, nessuno potrà biasimarmi se ogni tanto mi lascerò andare ad uno dei miei scorati sermoni. Se sei stato appena lasciato gli amici sono disposti a perdonartene più di una.
Un armadio nuovo, quindi, di colore bianco, stavolta. Con le ante a specchio dentro le quali nutrire la mia vana vanità, ché è tempo di rimettersi a nuovo, la vita di coppia ci ha appesantito entrambi, a me fuori e a te probabilmente dentro. Truciolato vergine, laminato candido, le viti contate raccolte in una bustina piena anche di ottime intenzioni. La faccia felice dell’omino stilizzato sul libretto delle istruzioni: una faccia che dice monterò questo armadio e qualunque cosa succederà domani, il problema dell’armadio sarà risolto.

E poi le sedie per la cucina: non riuscivo a fare a meno di immaginarmi su ciascuna di esse, come Nicholas Cage in Next, mi vedevo sdoppiato, moltiplicato, ciascuna di quelle immagini scimmiottava gesti automatici nelle svariate, ipotetiche cene baglionesche a venire: conversare con l’eventuale ospite, portarsi la forchetta alla bocca guardando il tg, o magari battere il pugno sul tavolo o chissà cos'altro, ed ero sempre io, il mio fantasma di domani, di gran lunga più figo dell'originale.

E per allontanarli, quei fantasmi vado in pizzeria, non solo solo, c’è un amico che è venuto con me ad Ikea. Ed eccoci a Pizzaman: d’accordo, non voglio certo evitare tutti i posti in cui siamo stati e nemmeno quelli in cui siamo stati un po’ più spesso, ma forse potevo scegliere meglio, stasera, mi dico, il fatto che mi si faccia un prezzo speciale e che la pizza sia ottima non è ragione sufficiente, mi dico, non stasera, ma è troppo tardi, e il proprietario della pizzeria mi riconosce e si avvicina e mi chiede come sto e mi chiede di te, candido come un giglio.

- Ci siamo lasciati. – dico anche se è solo mezza verità e sorrido per imbarazzo perché dentro mi sento anche un poco merda, sembra proprio che abbia voluto sbattergli in faccia la sua inconsapevole gaffe, e non era mia intenzione. Lui comunque sbigottisce, ci conosce da anni, mi chiede alcuni perché, alcuni percome, ma senza esagerare. Ci da un tavolo, ordiniamo.

A fine cena saluto l'amico che va via per conto suo.
Guido fino a casa. Fa caldo, tengo i finestrini aperti, mi piace tenere il braccio fuori quando fa caldo. Anche se mi dispiace non poter ascoltare musica: non lo faccio mai quando tengo il finestrino aperto. Quando sono in questo stato d'animo si stabilisce un legame intimissimo tra me e la musica che ascolto e mi si risveglia un ridicolo pudore, non mi piace che altri sentano, come mi mostrassi scoperto, senza vestiti, senza pelle; è una follia, la gente di solito non pensa a noi tanto spesso, per la verità la gente non pensa a noi quasi mai.


Il semaforo è verde. Riparto.

Parcheggio in via B. e mi domando quando è stata l’ultima volta che questa strada mi è mancata. Mai mi dico. Una strada del cazzo, a senso unico, corta, scomoda, l'ho odiata dal primo giorno.
Siamo venuti ad abitare qui nell'estate del 2006, l'appartamento era rimasto vuoto come un guscio di lumaca, i vecchi inquilini s'erano portati via pure le lampadine tagliando i fili a raso del soffitto il giardino era una selva infestata da gatti e zanzare. Erano dei maiali, i vecchi inquilini, i proprietari erano fuori città per lavoro e ci avevano pregato di gestire noi la cosa, ci avrebbero rimborsato. E tu, sempre felice di dare una sistemata, t'eri messa i guanti gialli e avevi preparato tutti i prodotti della pulizia, ma un istante prima di cominciare, chissà perché, t'eri persa d'animo nel mezzo di quei 110 metri quadri di guscio vuoto, ed eri scoppiata a piangere. C'ero rimasto malissimo ma avevo cercato di rimediare con l'ironia, infine avevo telefonato ad una impresa di pulizie, che stupidi eravamo stati a volerci accollare personalmente quella fatica ulteriore; e c'era voluto tutto il giorno seguente e tre uomini per rimuovere il grasso strato di lerciume annidato ovunque e un altro giorno per imbiancare  e un altro per sostituire sanitari e rubinetti e un altro per montare la cucina e finalmente l'appartamento aveva cominciato a sorridere, snebbiato di bianco fresco e nuovo. E pure tu, e pure io, e ci era sembrato che tutto potesse migliorare. Dovevamo aver pensato che qualunque cosa fosse successa il problema dell'appartamento, almeno, era risolto.

In realtà stavamo solo prendendo tempo, ma eravamo troppo indaffarati per capirlo.

Quindi fanculo al vecchio appartamento, fanculo a questa via.
Fanculo a questo palazzone dall’altro lato della strada che mi oscura da sempre le finestre, fanculo a questo treno che passa ogni tre minuti, fanculo allo stronzo di merda che approfitta del frastuono del treno per rompere i vetri della auto e rubare pochi spiccioli, e fanculo a quelli che lasciano cagare i loro cani sul mio marciapiede, e visto che ci siamo fanculo anche alle due belle, bellissime donne, madre e figlia, che abitano al piano di sopra e che tanto non mi scoperò mai anche se per anni ho sopportato i loro tacchi su è giù per quel cazzo di pavimento sopra la mia testa.

Vado a vivere in campagna. Da solo, col mio armadio nuovo. 

Della campagna mi piace il suo immenso utero di terra e foglie, e quell’ora al sole a occhi chiusi, quell’ora sciropposa e densa del suono di tutti gli uccelli del creato e pure le voci umane, ma a distanza, che in campagna hanno un’eco diversa, più nitida.

Poi quando viene sera, per la verità, son cazzi. Cala la coltre di tenebra sull’erba, gli alberi inevitabilmente diventano spettri scossi da brividi d’ansia informe. 

Oggi pomeriggio, prima di Ikea, ero ad Euronics ad aprire frigoriferi e valutare ad occhio quante confezioni di pizza surgelata potrei stiparvi. Qualunque cosa accada, mi sono detto con un occhio al cartellino del prezzo, il problema del frigo sarà risolto.



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