sabato 3 luglio 2010

Grosso guaio a Chinatown


Eravamo a fine cena, reduci da un gigantesco polpettone e da svariate birre gelide, e in tv c'era solo roba imbarazzante, tipo questo e questo. Sono un ragazzo semplice e di solito poche cose riescono a rimettermi al mondo come birra fredda e polpettone ripieno (il segreto è l'uovo sodo) ma quella sera il trucco non aveva funzionato. Ero stanco e avvilito, il carico emotivo di quel trasloco infinito continuava ad avere la meglio sui miei superficiali tentativi di trattare la cosa con strafottenza e senso pratico. Del resto era ben più di un trasloco: era la chiusura di un capitolo di vita, aveva la portata mitologica della fine di un'era; si può immaginare con quale spirito, nel dividere le cose mie da quelle della mia ex, accogliessi ogni volta la presa di coscienza che certe cose, semplicemente, non erano divisibili. Ma sto divagando.

E in quel momento di stasi pre-digestiva, senza un nesso logico che fosse uno, mio fratello aveva buttato là che non sarebbe stato affatto male rivedere questo:





Apro una parentesi (prometto che poi la chiudo).

Questo film lo avevo registrato dalla tv anni e anni fa. Vivevo ancora in famiglia, di conseguenza non disponevo di alcuna autorità sulla scelta dell'ora in cui andare a dormire. E stavo appunto andandome controvoglia a letto quando, un istante prima di spegnere il televisore, avevo visto questo vecchio cinese dall'aspetto saggio far saettare fulmini blu tra le mani aperte, davanti ad un incredulo sbirro.
Bella roba, mi ero detto. Volevo vedere quel film, porcoddue, volevo saperne di più. Fulmini tra le mani, che storia! se questo è l'inizio figurati il resto!

Avevo recuperato precipitosamente una VHS per niente vergine, l'avevo cacciata in un grosso coso analogico e dopo alcuni tentativi rumorosi avevo finalmente premuto REC andando a letto col cuore colmo di speranza.

Il giorno dopo la registrazione era un disastro.

Buona parte del primo tempo era genuino e ronzante effetto neve, poi tornavano alcune immagini che boh, poi altro effetto neve, però dopo un poco di avanzamento veloce ecco di nuovo il film più o meno in chiaro. A risollevarmi il morale fu il fatto che la registrazione si fosse stabilizzata più o meno nel punto in cui la vecchia bagasciona cinese andava a controllare che la giovane graziosa cinese con gli occhi verdi fosse ancora legata al letto. Ignoravo la trama, ma si dava il caso che una giovane donna legata a letto fosse, a mio avviso, già una trama di per sé; era, quantomeno, tutta la trama di cui avevo bisogno io. Andavo matto per i film con le damigelle in pericolo, per la verità ne vado matto ancora oggi. Poi un tizio con un grosso cestino in testa sfondava il soffitto e si portava via la giovane. Ohibo! mi ero detto! Un rapimento nel rapimento, pensa te, qui si va di bene in meglio!

Guardai il resto del film per niente infastidito dal dover riempire i vuoti con l'immaginazione; sul nastro era rimasta una parte più che godibile e di certo sufficiente a mandarmi su di giri. L'elemento galvanizzante era Jack Burton, naturalmente. Di colpo scoprivo che, da qualche parte nell'articolato mondo del mio immaginario, Jack Burton esisteva già. Non aveva quel nome, nè certamente l'aspetto di Kurt Russel, ma era lui senza alcun dubbio, con la sua faccia tosta, la canottiera e gli immancabili muscoli, oltre a quella traccia di goffaggine che trovavo irresistibile proprio perché lo rendeva tanto umano. Jack Burton era l'incarnazione di un non meglio precisato alter ego fumettistico inconfessabile, l'eroe per eccellenza, la sintesi di tutti gli eroi.

Nei giorni a seguire mi sarei segretamente esaltato nel rivivere la celebre e fulminea sequenza in cui Jack acchiappa il coltello al volo e lo rilancia, piantandolo in fronte al cattivo. Il tutto sotto gli occhi verdi della bellissima donna appena tratta d'impaccio; la quale mi rivolgeva lo stesso languido sguardo di romantica resa, di gratitudine e ammirazione e perché no, anche di giustificata libidine. Per quello sguardo sarebbe valsa la pena di gettarsi nudo tra le fiamme.
"Questione di riflessi!" buttava là Jack Burton quasi con modestia, capito che uomo?

In pratica me l'ero goduta, malgrado la copia malriuscita, e di lì a breve avrei finito per dimenticare che di quel film avevo visto sì e no la metà, archiviandolo mentalmente tra i già visti. Del resto ne conoscevo le parti più significative e tra me e la pellicola si era stabilita una indelebile intimità.

Più volte, negli anni a venire, mi sarei ritrovato in videoteca con il DVD tra le mani, ma al momento di pagare, per una ragione o per l'altra, avrei sempre finito per preferirgli altro. Il più delle volte sbagliando.

Chiudo la parentesi.

In quella serata bigia in cui il polpettone non aveva sortito l'effetto sperato, avevo accolto volentieri la proposta di mio fratello. Per cui, dopo aver collegato un computer portatile al trentadue pollici in sala avevamo cercato il titolo su Megavideo. Mi ricordavo molto bene della videocassetta venuta male, per questo il contrasto tra l'odierna possibilità dello streaming e l'arcaica video-registrazione mi sembrava, oltre che affascinante, la prova del fatto che erano passati davvero troppi anni: c'era persino il rischio che me lo ricordassi migliore di quel che era realmente, non sarebbe stata la prima volta.

Ci sono film che invecchiano bene e film che invecchiano male. Per come la vedo io Grosso guaio a Chinatown appartiene alla prima categoria e ho riscoperto con piacere tutti i meriti che ricordavo di avergli attribuito nella mia prima, vagamente torbida adolescenza. Probabilmente è perché da quell'età in poi non ho fatto grandi passi avanti, certamente non in fatto di cinema, ma ho trovato che il film fosse un felice impasto di tutto ciò che ancora oggi mi aspetto di vedere in una pellicola di puro e spensierato intrattenimento. Non era come lo ricordavo: era migliore.

Mi sono goduto le parti mai viste, e poi tutte le altre cose che un ragazzo semplice come me non poteva non apprezzare: le spacconate di Jack Burton, le scene di lotta, le capriole e tutte le varie acrobazie e l'altra fanciulla incaprettata nella gabbia e il cattivissimo coi lampi negli occhi, e quei tizi coi cestini in testa, il sangue nero della terra, e poi fuochi d'artificio, gente che entra ed esce volando, fulmini azzurri, luci verdi e...

E naturalmente la scena del coltello, la cui efficacia non era stata minimamente scalfita, negli anni, da nessun'altra scena, per quanto esaltante, cui avessi assistito in passato in altri film; compresa, ad esempio, quella in Die Hard, nella quale un Bruce Willis stropicciatissimo nasconde la pistola, incollandola col nastro adesivo tra le scapole.

I buoni salvano le fanciulle e tornano a casa lasciandosi dietro macerie e cadaveri. Il bene trionfa, i jeans infilanti dentro gli stivali non sono ridicoli, le donne ti rivolgono un'espressione sognante e puoi lasciarti la gloria alle spalle, come se niente fosse, e tornare nei panni dell'uomo comune guidando il tuo camion verso nuove avventure.

Perché lo sapete cosa dice il vecchio Jack Burton in situazioni come questa? Il vecchio Jack Burton dice sempre: basta, adesso.

2 commenti:

  1. sì sì... ;)

    Ettone

    RispondiElimina
  2. "un ragazzo semplice come me..." marvelous:) scrittura fluida e piacevole Alex bravo by 4ne

    RispondiElimina