mercoledì 25 agosto 2010

poeti estinti

Se vi affrettate potete ancora trovare in edicola una copia del numero 115 di Xcomics, la prestigiosa rivista italiana di fumetto erotico d'autore e non. Se il "non" è di un qualche interesse per voi, sappiate che potete trovare dentro questo numero la mia storia intitolata "Performance", con coloratissimi disegni e tette al vento.

Ed ora, per chi avesse la bontà di gradire anche il lato meno giocoso della mia persona, ecco a voi un bel pezzo di quelli che di solito leggo solo io.

* * *


C'è stato un lungo periodo della mia vita, tra i 19 e i 23 anni, diciamo, in cui scrivevo poesie.
C'era stato il periodo "arrabbiato" in cui, quasi sempre sbronzo, scribacchiavo in caratteri spigolosi su foglietti di fortuna incazzate invettive contro tutto ciò che mi capitava a tiro. Di solito, senza rendermene conto, me la prendevo con la mia incapacità di accettare il paragone tra il ragazzo che scoprivo man mano di essere e i miei simili, ovvero il gran mondo che mi circondava e al quale non riuscivo ad appartenere. Non usavo rima, non c'era metrica, e se avevo bevuto abbastanza potevo andare avanti anche per tre o quattro pagine. Chiamavo queste maratone deliranti "suite", e le numeravo. Poi le mettevo nel cassetto.

Poi c'era stato il periodo (per la verità più di uno), dell'innamoramento. Infatuazioni impossibili create dalla mia immaginazione per figure femminili in carne ed ossa che di solito a stento erano consapevoli della mia esistenza. In queste fasi le mie poesiole si erano fatte più malinconiche e dolciastre, persino la calligrafia era diventata più tonda e sinuosa. Queste a volte le ricopiavo in bella. O ci tornavo su anche più volte, con precise intenzioni compositive; davo loro un titolo, poi finivano nel solito cassetto della scrivania "d'epoca" (un cesso di scrivania sbilenca facente parte del dimesso arredamento dell'allora colleggio dei Sette Santi). Non era raro che, nell’ipotesi infrequente che l’oggetto del mio desiderio mi rivolgesse la parola e mi accordasse sufficiente confidenza, lasciassi leggere a costoro, o leggessi io stesso, queste mie composizioni.

C'era stata poi un'altra fase, quella in cui avevo compreso le origini del mio disagio sociale, isolando il problema e spiegando a me stesso che tutto quella inquietudine, quella irrequietezza, quella goffaggine nel gestire il quotidiano e i rapporti con i miei coetanei derivava banalmente da una adolescenza iniziata molto ma molto in ritardo rispetto alla media. Ero un quattordicenne di diciannove anni. Per alcuni arabeschi del destino, la qualità della mia vita nel frattempo era migliorata, avevo molti amici e poco tempo per le elucubrazioni. Avevo anche conosciuto Graziella, sistemando in questo modo (una volta per tutte, speravo) la faccenda delle infatuazioni e iniziando a dedicare a lei alcune delle mie poesie. Non tutte. Quelle che non erano per lei erano per me; superato il problema della confusione di età il tempo aveva cominciato a trascorrere normalmente. Avevo corso per recuperare gli anni persi ma all'improvviso avevo 21 anni e me ne sentivo 21: vedevo le cose con maggiore chiarezza; non che le capissi. Le vedevo, però. Vedevo il tempo che passava. Capivo che i genitori invecchiano, sempre e comunque; sentivo di non essere a casa mia in nessun posto, ovunque io fossi. E a tratti, emergendo dalla foga universitaria, emergendo dagli esami e dalle dispense e da quella realtà fatta praticamente solo di esami e dispense, scoprivo di essere una specie di barca in un oceano; ma rifiutavo di ammettere di non avere mai pensato in quale porto attraccare. Sarebbe stato l'oceano a decidere, mi dicevo. Quindi mi immergevo di nuovo.

In questo periodo, il più lungo dei tre, scrivevo le mie poesie sui taccuini a quadretti, sempre con una penna nera. Avevo smesso di copiarle in bella e ora ciò che mi angustiava erano i luoghi. Poesie e poesie dedicate a luoghi e al senso di appartenenza ad essi. Poesie scritte nella luce fioca degli espressi notturni lanciati da Bologna a Lecce; poesie scritte nelle estati cocenti qui a casa mia, in mezzo al frastuono delle cicale; poesie scritte durante i rientri a Firenze, rientri eternamente complicati da quella frattura che spartiva l'ansia di partire dalla voglia di restare.
Come dice Uberto Eco, tutti i poeti hanno scritto poesie da giovani, solo che i grandi poeti le hanno distrutte mentre i piccoli poeti le hanno pubblicate. Io non le ho pubblicate, ma non le ho nemmeno distrutte. Ad un certo punto ho semplicemente smesso di scriverle, i versi hanno smesso di rendere giustizia ai miei sentimenti, anche i versi degli altri eccetto rare eccezioni. Ho usato il tempo libero per fare altro, agevolato anche da una vita più stabile e meno problematica. I taccuini, i foglietti di fortuna vergati dalla mia calligrafia in stampatello, sono finiti nel cassetto della casa di turno, in ciascuna delle molte case in cui mi sono trasferito. Un fardello imbarazzante di cui più volte ho cercato di sbarazzarmi senza tuttavia riuscirci.
Quel pacco di cartacce mi è finito tra le mani una volta di più in occasione dell’ultimo trasloco. Seduto su uno scatolone ancora da aprire, non ho resistito alla tentazione di sfogliare quelle ingenuità, trovandole non meno ingenue di quanto mi aspettassi. Sfoghi giovanili, riflessioni maniacali, voli pindarici sull’onda dei sentimenti, metafore ardite, rime inesistenti, abissi di depressione, risalite di entusiasmo; tutto un capitolo della mia esistenza trascritto disordinatamente in un altalena di umori. Un pacco 
di indigeribili sciocchezze, come lettere ricevute da un amico di cui ci si ricorda a stento. Un amico prolisso e inconcludente, per giunta.



Anche in questa ultima occasione non mi sono deciso a sbarazzarmi di quella roba, confinandola in una scatola da tenere chiusa per i prossimi n anni. Francamente non ci ho più neppure pensato, fino a quando, dopo quasi undici ore di viaggio, non ho rimesso piede qua a casa.

In questa casa esistono le tracce della mia infanzia e della mia adolescenza, questa casa è stata la scenografia della mia crescita e tale è rimasta a dispetto dei superficiali cambiamenti e dei mille anni trascorsi.

Di getto, quella stessa sera, ho scritto la prima parte di questo post; trovarmi in questa casa, il giorno dopo aver letto il grosso di quelle mie sciocchezze, mi ha ricordato quale era l’origine del mio disagio relativo ai luoghi. Un disagio che negli anni non è mutato affatto e mi dispiace ammetterlo.

Mi ero illuso che l’aver smesso di scrivere poesie sui miei taccuini fosse il segno di una risoluzione: avevo risolto i miei dubbi, mi dicevo, è normale che non abbia più nulla da scrivere a riguardo. Mi sbagliavo.
Avevo, negli anni successivi, semplicemente modificato il modo di esprimere quel disagio. Invece di poesie solitarie avevo fatto ricorso a ben più edificanti confidenze e confessioni ai danni di interlocutori comprensivi. Nella fattispecie Graziella era diventata la paziente cassa di risonanza delle mie elucubrazioni; nel migliore dei casi la sua presenza era stata motivo sufficiente per risparmiarne un bel po’, di quelle elucubrazioni, preferendo altri argomenti. Tornare qui da solo ha semplicemente riattivato la vecchia macchina che in apparenza non ha risentito per niente del lungo periodo di inattività.

Una novità c’è stata, rispetto alle altre occasioni. A parte il fatto di non aver sentito il bisogno di andarmi a comprare un taccuino e una penna per sfogare in versi qualcosa che in prosa non può essere descritto, stavolta ho avvertito nel profondo qualcosa di diverso. Quello che Andrea Pazienza chiamava “il segno di una resa invincibile”; stavolta non ho combattuto, non ho cercato di mettere a tacere il mio disagio attraverso l’esercizio di una scrittura frammentata e incoerente. Stavolta ho lasciato fare al quel disagio il suo lavoro, senza curarmi troppo della sua fatica e del suo sudore e occupandomi d’altro. Un lavoro lento, il lavoro di un archeologo che dissotterra un fossile di dinosauro, un lavoro fatto con pennellino e raschietto.
E il fossile era lì, incompleto eppure leggibile. Il fossile è la realtà che non sono mai riuscito a vedere o ad ammettere. Il fatto è che da qui, da questa casa, io non sono mai andato via.


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