sabato 11 settembre 2010

Lo spazio libero





La luna mostra alla terra sempre la stessa faccia. L’altra faccia resta perennemente nascosta, solo i satelliti hanno potuto rivelarne la conformazione, ma prima della loro messa in orbita il lato oscuro della luna continuava a restare un oscuro mistero di crateri, gelido, immenso, silenzioso aldilà della linea asciutta del terminatore.

Ma la lenta oscillazione dei pesi e dei contrappesi nell’immenso equilibrio delle orbite dei pianeti e dei satelliti fa sì che di tanto in tanto la Luna mostri alla terra ora uno spicchio, ora l’altro, di quella sua faccia prevalentemente in ombra. Che riveli quindi solo in parte e solo a tratti alcuni aspetti di quella faccia che ha scelto di tenere nascosti. Per l’eternità.

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Volevo parlare della mia libertà; della scoperta, o meglio, della riscoperta di me stesso, ora che - dopo anni e anni - sono tornato a vivere da solo. Ma rigirandomi tra le mani l’argomento mi accorgo che il voler parlare della mia libertà di oggi, in qualche modo implicherebbe una mancata libertà di ieri; e per quanto mi sforzi non riesco a ricordare alcun momento in cui Graziella mi sia stata realmente d’ostacolo. 

La vita di coppia impone limitazioni, è un fatto naturale, un po' prendi un po' dai, ma non posso dire che Graziella mi limitasse, o che limitasse la mia libertà. Se mi fermo alla superficie delle cose affiorano le limitazioni dovute ai normali compromessi di coppia. Parte di me restava tagliata fuori da quelle limitazioni ma alla fine mi pareva ne valesse la pena. Scendendo più a fondo, però, sento di essere stato, con lei, libero come non ero mai stato prima. Si trattava di una libertà meno superficiale ed aveva a che fare con aspetti interiori fondamentali: in altri termini, con lei ero libero di essere me stesso.

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In genere, quando diciamo d’essere noi stessi non ci accorgiamo d'essere insinceri. Perché alcuni di noi, in pubblico, non sono mai sé stessi, pur con tutta la buona volontà del caso. Il massimo cui si possa aspirare è di riuscire a mostrare al prossimo una sorta di minimo comune denominatore tra le centomila versioni di noi, un minimo comune denominatore che quando va bene è anche la gran parte di noi; e che è fatta di gusti, ad esempio; è fatta di vizi e virtù; è fatta di inettitudini e talento, ed è fatta anche di fragilità spesso imbarazzanti.

Posso contare sulla dita di una mano le persone con le quali sento d’essere realmente me stesso. Queste persone sono quelle che, nel trascorrere degli anni, mi hanno visto crescere, sbucciarmi le ginocchia, vincere, perdere, ingrassare, ridere, allungarmi (non troppo) e mettere i peli sulla faccia, mangiarmi le unghie giorno dopo giorno. 

Sono me stesso e senza maschera con mio padre, mi riconosco inadeguato e imbranato, sfuggente e incomprensibile. Sono me stesso con mio fratello, sono affettuoso e misurato, ironico e saggio. Sono me stesso col mio migliore amico, sono spiccio e franco, virile e immodesto. Ed ero me stesso con Graziella.

Nessuna di queste versioni di me, per quanto ugualmente genuine, s’assomiglia.

L'essenza vera del mio essere dovrebbe collocarsi in un punto del baricentro di questo quadrilatero; lì dovrei risiedere, immagino, e dovrei riconoscere che, senza aggettivi aggiunti, sono me stesso solo quando sono solo, sgradevolezze incluse. E lo ero quando stavo con lei, la stronza. Con tutti gli altri, nel bene o nel male, finisco per interpretare un ruolo che è ispirato a me e guidato dalle altrui aspettative. Il che non equivale all'essere sé stessi; ci assomiglia ma non è la stessa cosa. 

Non sempre ci è dato scegliere quale parte di noi mostrare. Delle nostre centomila sfaccettature capita di esibire di volta in volta - e mai spontaneamente - quello che ci viene per le mani in quel momento; quello che scaturisce dall'alchimia del confronto. L'ultimo strato di noi, quello più esterno, è in qualche modo determinato dalla persona che abbiamo di fronte; ed è costituito in buona parte da ciò che presumiamo di sapere circa il modo in cui egli ci vede. 

Lo specchio restituisce certamente la più bugiarda delle nostre facce dal momento che, specchiandoci, tendiamo a impostarci come più ci aggrada. Ma ci convinciamo ugualmente di essere davvero come ci vediamo in quel momento, assumiamo l'espressione migliore, la fissiamo sul volto e usciamo di casa così, armati della nostra personale idea di noi, come quando scegliamo la foto per il nostro avatar.   

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Vi sarà certamente capitato, magari durante un giro in un centro commerciale, di scorgere la vostra immagine in qualche schermo, ripresa a vostra insaputa da una telecamera della sicurezza. E forse, sulle prime, siete rimasti sorpresi dall'estraneità che quella vostra figura suscitava in voi: eravate voi, e nello stesso tempo non lo eravate: perché le vostre fattezze, la postura, l'espressione, tutto quanto - dal punto di vista inedito di quella inquadratura - appariva sottilmente diverso dalla figura che avevate impostato nello specchio poche ore prime, a casa vostra. Ed era decisamente diversa dall'immagine che immaginavate di stare offrendo. Non sapevate di essere inquadrati e vi siete rilassati: mostrandovi. E vi tocca riconoscere che, inevitabilmente, quella nello schermo è la vera immagine di voi. Per una frazione di secondo vi siete visti per come vi vede il mondo.

Probabilmente quell'immagine non vi piacerà. Ecco perché a molti non piace essere fotografati  di sorpresa. Pretendiamo di cancellare la foto che ha fissato una nostra smorfia sgraziata, un sorriso storto, un'espressione ridicola: eppure quella smorfia ci è passata sul volto e l'hanno vista tutti; chissà quante volte è successo, gli unici a non averla mai vista siamo noi ed ora che la vediamo non ci piace per niente, vorremmo cancellarne l'esistenza come se, eliminando la testimonianza fotografica, scongiurassimo la possibilità di rifare l'identica antipatica smorfia.

Men che meno ci piace essere ripresi in video, perché l'immagine in movimento è persino più spietata. In uno specchio, ad esempio, non m'ero mai resto conto di avere lo sguardo così mobile e sfuggente; e ancora, è stato sempre grazie ad un video che ho scoperto di toccarmi spesso la punta del naso, quando parlo con qualcuno, oppure il pizzetto. E pur tenendomi continuamente gli occhi addosso non me n'ero mai accorto. E' stato strano scoprire che non sapevo niente di una mia caratteristica pur così visibile ad occhi altrui.

Quanto detto circa l'aspetto esteriore si applica anche a quello interiore. Gran parte del nostro modo di relazionarci con gli altri è collegato all'idea che ci siamo fatti dell'idea che costoro si sono fatta di noi. Siamo, in sostanza, una somma di idee. Ma a differenza dell'aspetto esteriore, quello interiore non può essere rivelato da una foto o un video. Dobbiamo accontentarci della nostra impressione e riflettere, se è il caso, sulla dinamica delle simpatie e delle antipatie. E' un indizio importante. Mi capita d'aver voglia di vedere una persona, o di volerla accanto, perché sono a mio agio con quella parte di me che affiora in presenza di quella data persona. Forse capita anche voi.

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Se mi chiedeste quale parte di me preferissi tra quelle poche versioni di me che potevo definire passabilmente sincere, vi direi che era la parte che mostravo a Graziella. O per meglio dire, la parte di me che lei vedeva, perché non avevo, per la verità, nemmeno bisogno di mostrargliela io. Forse proprio per questo lei riusciva a tirare fuori da me una parte così scopertamente autentica, tale da ispirarmi totale simpatia a dispetto della severità con la quale di solito giudico me stesso.

Quella parte di me poteva realmente definirsi libera, in effetti. Libera dalla necessità di dover scegliere quale spicchio della faccia nascosta mostrare, se quello a levante o quello a ponente. Era una parte di me talmente verosimigliante da risultarmi praticamente estranea, e proprio per questo stimolante; non posso affermare di avere sempre apprezzato ogni aspetto della persona che ero con lei, c'è voluto del tempo e c'era ancora molto da fare. Ma finché è durato, lei ha saputo distillare la mia parte migliore. O quantomeno la parte che a me piaceva di più. Mi piaceva essere la persona che credevo di essere per lei. E spero sia stato lo stesso per lei.

Ebbene, quella parte migliore di me era assai più libera di quanto non lo sia la persona che sto tornando ad essere.

La libertà degli orari, dei film da vedere, dell'ora in cui andarmene a letto, della scelta del posto in cui andare in vacanza; la libertà di scegliere quale canzone ascoltare in macchina e cosa mangiare per cena; la libertà di flirtare con una ragazza o uscire con chi mi pare e via dicendo, tutto questo rappresenta certamente una forma di libertà, forse persino invidiabile, per certi aspetti. Ma ora che sono di nuovo tutto mio, non sono più libero di affrancarmi da me stesso. Tornando solo, e quel che è peggio single, sono obbligato a tornare in scena. In pubblico mi verrà spontaneo mostrarmi diverso, persino fingermi migliore. Ora che non posso più riconoscermi nel suo sguardo dovrò tornare ad occuparmi del modo in cui gli altri mi vedono. Curare l'immagine esteriore ed interiore. Ripartire da zero. Mi ritroverò a dovermi scegliere la faccia nello specchio, ogni mattina, di nuovo. 

Non ho voglia di tornare ad essere quello che non ero più.

La libertà vera, immagino, starà nel riconoscere la consistenza reale di quel cinquanta percento di persona che rimane quando l'altra metà se ne va per la sua strada, portandosi via una parte di noi. Ma essere sé stessi solo quando si è soli ricorda  la storia dell’albero che cade nella foresta: se nessuno lo sente cadere, si può davvero affermare che cadendo faccia rumore?

Se nessuno, a parte me, è più testimone della somma delle mie parti, se nessuno può vedermi quando sono finalmente solo con me stesso, posso davvero affermare che questo me stesso esista? E se esiste, perché mi è ancora così estraneo?


La libertà non è uno spazio libero. La libertà è partecipazione. (G. Gaber)


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