mercoledì 3 novembre 2010

Lucca Comics 2010 - Giorno primo




Camminando verso l’area dei padiglioni, ripasso il mio piano che consiste nel presentarmi sorridente al primo autore che incontro, e porgerli la mano chiamandolo per nome.
“Hey, Roberto!”, dirò, all’indirizzo di Baldazzini. Lui mi guarderà con gli occhi strizzati, cercando il mio volto nel suo database mentale, senza trovarlo. Il gioco psicologico è semplice: lui non vorrà usarmi la scortesia d’ammettere di non ricordarsi di me, per cui fingerà di conoscermi; al massimo schioccherà le dita come avesse il mio nome sulla punta della lingua.
Subito dopo io mi mostrerò educato, non volendo sottolineare la sua amnesia: ostenterò indulgenza ricordandogli il mio nome e dicendogli che ci siamo visti a Lucca l’anno prima, come può essersi scordato di me! Lui dirà: “Ah”, mentre il vento porterà via i punti interrogativi apparsi per un istante sulla sua testa.
Un piano perfetto. Per un giorno potrò far finta di essere Uno Del Giro senza nemmeno prendermi il disturbo di mentire. Del resto noi fumettari siamo così numerosi!

* * *

La prima giornata inizia col botto allo stand della Coniglio Editore, presso il quale, che ci crediate o meno, mi ero ritrovato del tuuutto per caso.
Luca Enoch era nei paraggi a promuovere il nuovo albetto della collana “Lezioni di fumetto” a lui dedicato. Prima che abbia il tempo di riconoscermi come quel rompiballe che anni or sono lo ha tempestato di e-mail piene di allegati in bianco e nero dai toni vagamente sadomaso, chiedo una dedica sul frontespizio del suddetto albo: lui mi domanda che genere di disegno io voglia, e io ammetto di apprezzare molto la sua Lilith, ma di essere sempre stato innamorato di Gea. Lui fa un due più due realizzando, seduta stante, un bel tre quarti del Pesante, e ogni riferimento ai miei chili di troppo deve essere stato puramente casuale. Per chi non conosce Gea, il Pesante è una delle caratterizzazioni più felici della miniserie, un motociclista sovrappeso, sporco e selvaggio. Per quanto mi riguarda, però, non ho mai guidato una motocicletta in vita mia.

Luca Enoch disegna il Pesante



Per darmi, con Enoch, arie di uomo “addentro” al mondo dei fumetti, ho lasciato cadere lì la mia conoscenza con Giuseppe Matteoni, bravissimo disegnatore di Dragonero (solo per citare il suo ultimo e più impegnativo lavoro), e qui non dico di aver fatto colpo su di lui, ma quasi.
Giuseppe, come chiamato da forze oscure (leggi: gli ho telefonato), si è manifestato qualche minuto dopo sottoforma di squillo sul mio cellulare; abbiamo combinato un appuntamento al volo e nel frattempo dietro la coloratissima apparecchiatura del banco della Coniglio è apparsa Laura Scarpa in persona, che ho subito intercettato per porgerle la mano e ringraziarla. Ovviamente il mio nome non le ha detto nulla; e nemmeno il mio pseudonimo le ha detto nulla; ma alla fine, dopo aver dato una rapida scorsa al numero 115 di Xcomics mi ha riconosciuto e si è prestata a farsi fotografare con me e il numero 115 ben in vista tra le braccia.

Laura Scarpa tiene tra le mani il numero 115 di Xcomics



La mattina è proseguita con Matteoni, finalmente in carne ed ossa dopo quasi cinque anni da una certa cena a Roma, accompagnato dalla sua splendida moglie. Raggiunti quindi da Stefano Vietti, abbiamo guadagnato l’entrata del primo caffé disponibile nelle vicinanze. Matteoni ha proseguito la conversazione con Vietti sui possibili sviluppi della nuova serie di Dragonero.
Vietti dice di voler impostare la nuova serie dando un taglio più avventuroso, proponendo colpi di scena ogni tot pagine, in contrasto con Luca che invece sarebbe per una narrazione più distesa ed epica. Io sento la salivazione aumentare e mi accendo una sigaretta, allungando l’orecchio. Qualcuno si è proposto come disegnatore per Dragonero, dice Vietti, ma i suoi disegni di prova non lo hanno convinto, pare non abbia saputo cogliere lo spirito del personaggio. Matteoni, creatore grafico di Dragonero, ascolta e annuisce. La nuova serie lo vedrà nel ruolo di Disegnatore Guida, sta praticamente già lavorando. Ed io sono a meno di tre metri da loro!
Quante altre volte nella vita potrà capitarmi di origliare la conversazione tra sceneggiatore e disegnatore di una serie sul nascere? Non lo so, ma quei momenti resteranno per sempre nella mia memoria; complice anche il fatto di averli potuti trascorre al cospetto della non comune bellezza della consorte di Matteoni.
Durante questa piacevole e stimolante pausa caffè, fa la sua comparsa persino Paola Barbato, una delle sceneggiatrici di Dylan Dog a mio avviso più in gamba in assoluto, autrice di alcune delle migliori storie dell’Indagatore dell’Incubo, compreso l’indimenticabile numero 200.
Personalmente sono oltre la soglia di sopportazione delle emozioni, la mia timidezza lampeggia troppo perché possa avvicinarmi, inoltre lei, Matteoni e Vietti parlano di cose da Grandi, ed io mi ritiro nel mio raccoglimento reverenziale e lascio fare, tenendomi a distanza e lacrimando dentro.

Da destra: me medesimo, Matteoni, Vietti, Alessia.
Domanda: perché sono l'unico senza il pass?

In qualche modo, tra una idea per la futura serie e qualche pettegolezzo top secret, ci ritroviamo tutti allo stand Bonelli; Lola Airaghi, bella e bravissima disegnatrice di Brendon, sta firmando le stampe ad una folla ordinata di fan. Cerco Chiaverotti con lo sguardo ma non lo trovo. Sono anni che non lo vedo, mi farebbe piacere salutarlo, chissà se si ricorda di me. Preferisco pensare di sì, anche se probabilmente è no.

Lola Airaghi dedica le stampe di Brendon ai numerosi Fans

Sento i Professionisti attorno a me salutare un certo Franco, e dopo essermi girato nella direzione giusta, scorgo la mole di un uomo enorme, biondo, e qualcosa dentro di me ulula alla luna piena. Franco Saudelli, il Maestro, è lì davanti a me come se fosse la cosa più normale del mondo. Ripeto. Franco! Saudelli!
Lui è di carattere timido, scopro, io sono intimidito dal personaggio e balbetto qualcosa porgendoli la mano. Lui mi domanda, in totale franchezza, chi io sia (ecco uno fuori dagli schemi), ed io rispondo, ricordandogli il nick di mille anni fa, quando scrivevo al suo indirizzo allegando le mie illustrazioni incerte ma profondamente sentite, con donnine fatte oggetto di sadiche attenzioni. Franco, all’epoca, rispondeva alle mie mail con osservazioni tecniche e consigli preziosissimi stampati ancora nella mia mente. Non ho mai avuto bisogno del back up di quelle mail, anche se credo siano da qualche parte su uno dei miei hard disk. Potrei citarle parola per parola, le sue risposte, e sono passati sei o sette anni.

Franco "Sua Maestà" Saudelli sopporta pazientemente di posare accanto a me.
La differenza d'altezza è dovuta alla sua statura, non al fatto che io sia in ginocchio.
Mi sono alzato in piedi per fare la foto.

La sua bravura, nonché la sua statura fisica ed artistica, mi fanno sentire piccolissimo. Saudelli, Dio Santo. Ho sempre avuto mille cose da chiedergli, ma ad un tratto non me ne viene in mente nessuna.
Matteoni nonostante non sia lì in ferie, trova il tempo di chiedermi una copia del numero 115 e vuole una dedica. Matteoni è stato il mio mentore nelle prime e incertissime fasi della creazione della mia storiella. Mi ha incoraggiato con calore. L’ho vista nascere, dice, sfogliando le pagine della mia storia. Gli chiedo come si debba scrivere una dedica; è la prima che scrivo, aggiungo. Mi manda giustamente affanculo.
Intanto la situazione allo stand Bonelli si è fatta piuttosto affollata, ed io sento di avere occhi comicamente grandi su un corpo sempre più piccolo, allora trovo la forza di salutare e di allontanarmi come mi allontanassi dall’Olimpo. Ci rivedremo in edicola o in fumetteria, penso.

Dentro di me qualcosa geme, poi si contorce, infine tace.

Matteoni, Vietti, Enoch e Saudelli… ho bisogno di un sorso di rum, mi dico. Ma non è neanche mezzogiorno. Più tardi, mi dico. Ok, mi rispondo. Ma non più tardi di “più tardi”.
Cammino riflettendo confusamente su come ci si debba sentire a svegliarsi la mattina e avere come compito quello di inventare una storia. Inventare-una-storia. Ed essere pagati per farlo.

Nel frattempo la folla è aumentata, passo accanto ad un omone che tutti chiamano Ade, ma prima che possa raggiungerlo la folla lo porta via. Sgomito e chiedo permesso, e aiutandomi con la cartina raggiungo lo stand presso il quale Nik Guerra sta presentando il suo nuovo volume di succulente e sadicissime pin-up. Lo saluto, mi riconosce al volo e mi chiama per nome. E' passato un anno da quando ci siamo conosciuti, sono commosso, il mio ego cresce di un paio di centimetri e mi sento importante. Si ricorda il mio pseudonimo e lo pronuncia puntandomi contro l’indice macchiato di inchiostro. Parliamo dei suoi lavori, sfoglio il raccoglitore coi suoi splendidi originali, scherzo sul prezzo della sagoma in legno dipinta a mano che è esposta a pochi metri da noi, una bellissima Magenta a grandezza quasi naturale, bianca e nera, che nel mio soggiorno farebbe la sua porca figura. Ma 1.300 euro superano di poco il budget che mi sono imposto, quindi mi limito a comprare il libro con le sue eccitanti pin-up, esigendo un disegno al tratto bianco sul frontespizio di carta patinata nera. Nik finisce di occuparsi di alcuni acquirenti, poi mi dedica tutto il suo tempo parlando della mia storia. A lui piace il modo in cui l’ho colorata. Dice che era la migliore, su quel numero. Io gongolo e godo facendo il modesto.

Nick Guerra disegna, circondato dalle sue seducenti bambolone

Vagando da un padiglione ad un altro, da uno stand ad un altro, incontro Fernando Caretta, e gli porgo la mano dicendo “Non posso crederci! Il mio Fernando Caretta preferito!”. Caretta era uno dei disegnatori cult del mensile di Selen, negli anni novanta. Le sue tavole erano tra le più eccitanti della rivista. Mentre converso con lui, mi rendo conto di serbare, per ciascun autore, un ricordo legato soprattutto al decennio tra il 1990 e il 2000. Poco so della produzione di costoro nel periodo successivo. Parliamo dei bei tempi andati e della gloriosa rivista di Selen, gli domando se qualcuno gli abbia mai rinfacciato il fatto di disegnare ragazze così giovani. Mi risponde con una tranquillità invidiabile: l’erotismo è un gioco, mi dice. Il resto sono cazzate. La mia ammirazione per quest’uomo barbuto che serra tra le dita un sigaro spento, cresce di svariati punti. Gli guardo le mani, chiedendomi quale sia il segreto di quelle falangi: deve esserci una qualche differenza fisica che spieghi la perfezioni dei suoi acquerelli. Ma non trovo niente di visibile nelle sue mani, eccetto il sigaro spento, e smetto di fissarlo. Ricordiamo insieme le vecchie storie di Selen, compresa quella della studentessa autostoppista e del camionista. Gli chiedo qualcosa su una certa storia a mezze tinte, ma lui fa il vago: ne ha disegnate più di cento, solo per Selen. Come può ricordare?


Fernando Caretta. Accanto a lui Stefano Casini.


Purtroppo il suo portfolio completo, zeppo di stampe di pin-up giovani, seducenti e coloratissime, ispirate ai vari personaggi dei fumetti, da “La Bionda” a “La Polizziotta”, è troppo costoso per le mie tasche esauste e rinuncio a malincuore. Non senza vergogna, mi limito a comprare un paio di stampe sfuse, chiedendogli un disegno a matita. Mi ritrovo quindi felice possessore di una matita originale di Fernando Caretta, a morte chi mi vuole male.

Raccogliendo qua e là un paio di aneddoti tipicamente Lucchesi (“Tu non ci crederai, ma l’anno scorso uno venne a chiedermi se, e in tal caso a che ora, sarebbe venuto Andrea Pazienza!”), seguo la marea della folla, determinato a non rispettare programma alcuno. Mi ritrovo a fissare alcune copertine colorate che mi paiono vagamente familiari: riconosco lo stile grafico e domando informazioni. Scopro di stare parlando nientemeno che con Leon, del mitico duo di farabutti Cotus & Leon, conosciuti per mezzo dei loro spassosi fumetti in scroll su internet.
Domando: “Ma voi siete quelli di Coreingrapho?”
“Sì”, risponde Leon, e un attimo dopo siamo amici, e ce la raccontiamo come se non avessimo mai fatto altro. Compro i loro due libri a fumetti, dopo essermi assicurato che mi faranno ridere almeno quanto le storie su Core. Leon me lo garantisce, ed io mi fido e pago. Cotus, o per meglio dire Gas, mi fa un disegno su cartoncino con due mostri dei suoi. Leggerò le storie solo due giorni dopo, a casa mia, divertendomi come un ragazzino e mandando subito un sms a Leon per dargli del “cazzone”, a lui e al suo pard. Lui mi risponde ringraziando del complimento. Siamo già pappa e ciccia, mi dico. Dalle nostre parti, grazie al cielo, “cazzone” è ancora un bel complimento.
Cotus (a sinistra) e Leon (l'altro) si prendono una meritata pausa di riposo
in compagnia del loro fan preferito (fuori campo)

Guardo l’orologio, e scopro che ridendo e scherzando s’è fatto tardi, sono rimasto tutto il giorno nei due padiglioni principali, e non sono nemmeno riuscito a farmi fare un disegno da Cristina Fabris! Provo a raggiungere lo stand dove presumibilmente dovrebbe essere lei, ma mi ritrovo a seguire altre traiettorie tra ragazze cosplayer arrapanti e maschietti su di giri (me compreso). Faccio il mio ingresso in un padiglione per fumetterie, di quelli dove si vendono soprattutto albi arretrati e roba d’epoca più o meno costosa. Riconosco i tratti somatici di Giuseppe Manunta, e trovo conferma dalle belle pin-up sulle copertine dei libri che lo circondano. Ho visto Manunta ad ogni edizione di Lucca, ma non sono mai riuscito ad avvicinarlo. Stavolta non vedo folla al suo stand, forse ho beccato l’orario giusto. A proposito, che ore sono? Mi sa che ho scordato di pranzare! Fanculo, mi dico, mangerò domani!
Mi avvicino a Manunta, che parla fitto fitto con una giovane promessa del fumetto italiano, un certo Valentini di cui molto presto sentiremo parlare. Valentini pubblica su Xcomics e ha uno stile assolutamente personale e interessante. Manunta riconosce la bravura del suo tratto, offre consigli al giovane fumettaro prendendosela amabilmente a cuore.

Manunta studia le tavole del giovane Valentini

Incoraggiato dalla disponibilità di Manunta, mi avvicino anche io, e quando Valentini finisce mi metto a parlare con Giuseppe. Chiedo dei sui acquerelli, chiedo delle sue matite, chiedo dei suoi colori, chiedo chiedo e chiedo, e Giuseppe risponde paziente, esortandomi però a lasciarlo parlare, dipanando davanti ai miei occhi il tappeto rosso delle sue splendide illustrazioni, per sempre al di fuori della mia portata. Rievochiamo anche con lui i bei tempi di Selen, dove lui ha pubblicato alcune bellissime ed eccitanti avventure.
Purtroppo non ho con me la rivista in cui ho pubblicato la storia, gli dico. L’unica copia che avevo, gli dico, l’ho regalata ad un fan con una dedica, aggiungo, lucidandomi le unghie sul petto. Il giorno dopo però sarò a Lucca, e gli vorrei far vedere le tavole. Pubblicate, sottolineo, quasi volessi impressionarlo. Lui si offre di guardarle senza problemi, anzi, mi dice, c’è sempre la possibilità che sia lui ad imparare da me, ogni confronto è positivo, conclude. Rido. Ci salutiamo e lo lascio all’assalto degli altri fans.
Non poteva mancare all’appello Ausonia, stimatissimo artista italiano autore di alcune tra le più inquietanti storie che abbia mai letto; il suo Interni è al terzo capitolo, ne compro una copia. Provo a manifestare ad Ausonia il mio disappunto per aver appreso dal suo blog della totale distruzione delle tavole originali di Interni, lui mi spiega i suoi motivi sui quali qui non mi dilungherò, e gli rispondo qualcosa del tipo “Sì, d’accordo, ma… gli originali, perdio!”. Lui realizza d’aver davanti un mentecatto e si stringe nelle spalle riprendendo a disegnare.

Le mani del Maestro Ausonia, che non comprende la mania per le foto
e che anche quest'anno si è sottratto al mio flash.



Poi gli chiedo una foto e lui, notoriamente restino a queste cose, si presta a modo suo.
Con lo zaino carico, trovo il modo di raggiungere lo stand dove Roberto Recchioni dovrebbe presentare il numero uno della nuova serie di John Doe. Trovo lo stand, ma Recchioni non c’è. Lo incontro poco dopo, per caso, e gli chiedo se il giorno appresso potrà farmi un disegno. Mi dice sì, un attimo prima di vaporizzarsi.
E una voce, al megafono, annuncia che la fiera sta per chiudere, ed è ora di salutarsi.


La mia futura moglie che ancora
non sa di esserlo. Lei si vestirà così
tutte le sere e io mi lascerò sparare tutte
le volte che vuole.



Vado via guardandomi indietro, come un obiettore che parte per il servizio di leva. Cammino mogio fino alla macchina, e sorrido al pensiero d’avere ancora la giornata di domani a mia disposizione e il biglietto già pagato. E forse anche dopodomani, mi dico. Mi immetto nell’autostrada, e mi lascio alle spalle i colori e guido verso casa e penso che certe notti sono lunghe quanto un anno intero.

(continua)

4 commenti:

  1. bhe, ti sei dato proprio da fare... Complimenti
    Etto

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  2. e non è finita... arriverà la seconda parte.

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  3. Bravo "cazzone"!

    E' stato puro piacere,

    A presto.

    Leon

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  4. Grande Leon, ora inserisco il vostro link nella mia lista di blog...

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