martedì 15 marzo 2011

L'ora dei vinti






Era il 1994, ero matricola e abitavo ancora nel Convitto dei Sette Santi. L'ambiente non era il massimo, ma l’affitto era buono e si faceva amicizia facilmente. Al terzo piano abitava, appunto, il mio amico Gianmaria. Era belloccio in modo stereotipato, era davvero alto e biondo e aveva gli occhi azzurri, il suo aspetto era per noialtri nani da giardino una garanzia di enorme esperienza. Se avevamo problemi di natura sentimentale, Gianmaria era l'ascoltatore perfetto.

Quella sera ero andato da lui  sul presto. Stavo parlando da quasi un’ora, il volto infiammato dalla passione per l’argomento: stavo parlando di Sofia, naturalmente. In quei giorni ero praticamente incapace di parlare d’altro, come sapevano bene praticamente tutti.

- Non so se mi capisci – stavo dicendo – ma io non ho mai provato niente del genere… Cristo, se penso ai suoi occhi…

Gianmaria passò l’evidenziatore su un rigo del suo libro.

- E quelle sue manine… - aggiunsi, probabilmente trasognato – Lo capisci… lei è… perfetta!

Gianmaria alzò la testa dal libro e mise il tappo all’evidenziatore. Guardò il muro davanti a sé, guardò il soffitto, infine guardò me.

- Perfetta per cosa?
- Cristo, Gianmaria, tu non mi ascolti!
- Ma certo che ti ascolto. Sofia, Sofia... quella gran p....
- Gianmaria, cazzo!
- Ma sì, scherzo. Insomma, cosa vuoi da me? 
- Dimmelo tu. Cosa dovrei fare? Avrai qualche consiglio...
- Se davvero provi quel che provi e tutto il resto… hum… non staresti qui a rompermi le palle, sai? Saresti al telefono. A rompere le palle a lei!
- Vabbè, prendimi per culo…
- Non scherzo affatto. Chiamala. Smettila di scriverle lettere che poi butti nel cestino. Cazzo, tira fuori le palle, ce le hai le palle? Tirale fuori… chiamala! Dille a voce quel che provi… Diglielo in faccia! Parla!
- Ma se poi riattacca?
- Ma se poi… ma se poi… La strada degli insicuri è lastricata di “e se poi” - disse - E se poi NON riattacca? Fra un anno sarai ancora lì a scriverle poesie d’amore mentre se la tromba qualcun altro, lo capisci o no? – concluse col gesto eloquente del palmo che spinge.
- Mi fai incazzare quando parli di lei in questo modo. I miei sentimenti sono...
- I sentimenti... Dai retta ad un fesso. Vai, chiamala. Alle donne piace l’uomo...hum... intraprendente… insomma, osa! Pensaci bene, cos’hai da perdere?
- Un conto è “intraprendente” altro conto è “non hai niente da perdere”.
- ‘Scolta… io domani ho l’esame.
- Ah… l’esame. L’esame… - dissi, esasperato. Perché era così difficile trovare comprensione?
- Ce l’hai il numero, no? - chiese lui. 
- Certo che ho il numero!
- E allora chiamala!
- In bocca al lupo per l’esame.
- Crepa.

* * *

Nel 1994 non avevamo cellulari. Andai a comprare una scheda telefonica, poi mi armai di tutto il coraggio di cui disponevo e raggiunsi il telefono di Sette Santi, un coso arancione fissato su una parete del pianerottolo, per usare il quale bisognava fare la coda. Cedetti il passo ad un paio di ragazzi, perché non volevo nessuno alle mie spalle, mentre affrontavo quell’impresa titanica. Stavo per chiamare Sofia. Chiamarla... parlare con lei...
Cosa le avrei detto? Francamente non riesco ad immaginare, oggi, cosa avessi in testa. Possibile che fossi tanto impreparato su certi argomenti da non rendermi conto che non esisteva ragione alcuna per quella telefonata? Davvero mi fidavo così tanto di Gianmaria? Di cosa avremmo dovuto parlare, in nome di Dio? Probabilmente mi volli convincere che la mia telefonata l'avrebbe sorpresa al punto tale da incuriosirla, e da lì sarebbe nata una conversazione certamente leggera, un po' scherzosa. Me la sarei cavata, pensavo. Poteva anche darsi che non fosse in casa. In un istante di cristallina lucidità arrivai persino ad augurarmelo.

Composi il numero col cuore in gola, e mi schiarì la voce mentre ascoltavo il segnale di libero.

- Pronto? – disse dall'altro capo una voce di giovane donna. Non era Sofia.
- Pronto… - dissi io - Buò… Buonasera… sono... hu… Alessandro. Vorrei parlare connnn... Sofia, per favore. E’ in casa?
- Chi ha detto, scusi
- Alessandro… Sono un suo compagno di corso, compagno di corso di Sofia.
- …  
- E’ in casa? - domandai. 
- Aspetti. Guardo.

Fino ad un secondo prima non avevo avuto alcuna necessità di far pipì. Passò una eternità. Poi ne passò un’altra. I continenti si allontanarono nell'impercettibile deriva, l’universo si espanse ancora un poco. Infine, anticipata da un tacchettìo tanto adorabile quanto mesto, arrivò lei…

- Pronto – disse. Era gelida. Mi colse un dubbio: forse telefonare non era stata una buona idea.
- Ah, ehi! Ciao, sono… sono Alessandro. Volevo sapere se…
- Come hai avuto questo numero?
- Ah… il numero dici. Sì, il numero. Bhè, hai presente Martina? La tua amica Martina
- Hai detto Martina?
- Martina sì. Insomma, le ho... guarda, non ridere, insomma, le ho… rubato il numero… - voleva essere una mezza battuta ma non mi parve di sentir ridere, dall'altra parte. 
- Senti, ora devo tipo uscire, fare delle cose…
- Ma sì… certo.
- Ciao. Ci vediamo. Domani.
- Domani, certo! Scusa, ciao. - Dissi, ma lei aveva riappeso già.

Sarei sprofondato volentieri. Sprofondare, sì. Nel più profondo dei crateri, scavarmi un buco con le unghie e infilarci la testa e continuare a scavare e scavare, fino a scorticarmi le dita, che per inciso già mi sanguinavano visto che mi ero morso le unghie senza nemmeno rendermene conto. Che figura di merda! Rubare il numero di telefono a Martina, ma come potevo aver pensato di telefonarle se a malapena ci scambiavamo un saluto con la mano alzata? Dio… Non sarei andato in facoltà il giorno dopo. Non sarei andato in facoltà mai più!

Bussai alla porta di Gianmaria, ma nessuno rispose, benché provenisse luce da sotto la porta. Me ne tornai in camera mia e mi buttai sul letto e pensai a quello che le avrei detto il giorno dopo. O magari le avrei scritto una lettera. Sì, una lettera per giustificare l’accaduto! Cominciai a formularla a mente ma...
Ma quale lettera?
Magari da qui a domani se ne scorda, pensai e il pensiero mi diede sollievo. Cosa vuoi che sia successo? Non è successo niente. Sì… di sicuro se ne dimentica, è stato un incidente sciocco come una pestata di piede, scusi, prego.

Non dormii granché. 

* * *

Con la morte nel cuore mi recai in facoltà, tutto vestito di nero e col walkman a palla. Non riuscii a seguire una sola parola della lezione. Sofia... Senza dubbio c'era, era lì in aula seduta ad alcune file dietro di me, coi suoi amici… lei mi aveva visto? Sentivo i suoi occhi sulla mia nuca, di sicuro pianificava il modo di farmi esplodere la testa, non mi avrebbe mai più parlato, non le avrei più potuto rivolgere la parola. Caro, carissimo Gianmaria, spero che l’esame ti vada in vacca, maledetto frocetto belloccio e sfigato.

Senza guardare in faccia nessuno, al termine della lezione, mi alzai ed uscii, sempre con il walkman a tutto volume. Ascoltavo qualcosa di Ligabue, che da allora non ho praticamente ascoltato ma più. Per la precisione era “Piccola città eterna”. Iscrivermi all’università era stato un errore. Che cazzo, anche nascere non era poi stata questa gran trovata.

Lei mi venne incontro appena ebbi voltato l’angolo tra via dell'Agnolo e via della Mattonaia. Non era sola.

- Ciao, Sofia. – dissi. – Ciao, Martina.
- Ciao… - risposero entrambe.
- Ieri – disse Sofia - hai chiamato a casa mia, giusto? Eri tu, no? Sei tu Alessandro…
- Esatto… – confessai. Senza alcun motivo dentro di me si accese una lucina di speranza. Flebile flebile.
- Puoi ripetermi come hai avuto il mio numero? – mi domandò Sofia. Dal canto suo Martina aveva tutta l’aria di voler essere altrove.
- Ho… Ma come no? Bhè, lei ha il tuo numero sull’agenda. – dissi, indicando Martina - Lei è una mia compagna di gruppo in Composizione Uno, sai… e mentre scrivevo il mio numero sulla sua agendina… me lo ha chiesto lei di scriverlo, è chiaro… insomma, siamo divisi per lettera qui in facoltà, lo sai, per cui il tuo numero era sulla stessa paginetta del mio, come tutti gli altri… e io bhè... l’ho visto. 
- Ah…
- Era facile da ricordare, non è che io abbia... 
- Cosa?
- Senti - dissi - Non è che volevo romperti le scatole, vuoi sapere perché ti ho chiamato...?
- Sì.
- Ecco, non lo so, non... - mi fermai lì. Volevo andarmene.
- Sofia, - chiamò Martina - così facciamo tardi a Matematica.
- Va bene – disse Sofia – Senti... Alessandro… ti dispiacerebbe tipo… non chiamare più, d’accordo? - credo mi sia riuscito bene di sorridere, malgrado i venti centimetri di acciaio che si stavano infilando nel mio cuore. 
- Certo, - dissi - anzi… scusa, ripeto, non so cosa… era solo per…
- Va bene, dai, a dopo – disse Sofia. Poi le due signorine si allontanarono dandomi le spalle. Odiavo Martina. La odiavo perché lei stava andando a lezione con Sofia, lei poteva camminare accanto a Sofia, sedersi accanto a Sofia, parlarle. Quanto a me, sarei dovuto andare anche io a lezione di Matematica, ero nel loro stesso corso, naturalmente, ma non volevo andarci più. Me ne sarei andato a casa, invece, a smontare minuto dopo minuto tutta quella giornata, e magari pure quella precedente, e cercare di capire dove esattamente avessi sbagliato.

A dopo, aveva detto Sofia. Com’era bella, pensai. Gli occhi avevano il colore del cielo… e pioveva.
Pioveva anche dentro di me.
Piove sempre ai funerali.

* * *

Sulla via del ritorno ero mogio come uno strofinaccio bagnato, ero senza ombrello ma non me ne curavo, e nella mia noncuranza, così come nei capelli zuppi, mi pareva anzi di vederci qualcosa di romantico.

Avevo nelle orecchie Ligabue a tutto volume. Non avrei mai più rivolto la parola a Gianmaria, glielo avrei detto quella stessa sera a cena, tanto per cominciare. E poi forse era meglio così, che cazzo! Che speranze avevo con Sofia? Nessuna, mi dicevo. E non tanto perché solo due settimane prima l’avevo vista pomiciare con quel perdente con gli occhiali. Era più un discorso culturale. Le nostre culture erano troppo distanti: io ero un ruspante sfigato trapiantato dalla provincia, con zero esperienza in tutto e una inutile ma fiera vena poetica, lei una raffinata signorina di città con un debole per i perdenti occhialuti dalla mascella quadrata: e se le piacevano davvero tipi come quello, gente con la faccia così.... anonima, che se li godesse, allora.

Il barman mi preparò un Negroni con troppo ghiaccio, lo bevvi senza voglia. La mia era stata solo una telefonata, possibile che l'avesse infastidita così tanto? D'accordo, se le avessi chiesto il numero, invece di fregarlo all'amica forse sarebbe stato diverso ma a che titolo glielo avrei mai potuto chiedere? Lei aveva frainteso il mio gesto, nè io avevo saputo spiegarle le mie ragioni. Eravamo incappati in un equivoco.

Dopo il Negroni l’idea di scriverle non mi pareva più tanto stramba. Avrei scritto per lei, avrei tirato fuori il meglio di me, le avrei spiegato. Avrebbe capito. 

Con la testa piena di idee e il walkman spento, affrettai il passo verso casa mentre la pioggia ricominciava a cadere. Avevo in mente tutte le parole giuste e il loro esatto ordine, sapevo quello che le avrei dovuto dire.
Venti minuti dopo entravo nella mia stanza singola al secondo piano del convitto dei Sette Santi, chiudevo a chiave e accendevo il computer. Si trattava di un grosso tre-otto-sei rumoroso col sistema operativo  a riga di comando. Aprii Word, un antenato molto spartano di quello attuale, e cominciai a scrivere.

Mi lasciai andare. Ero un fiume in piena, le dita volavano su quella tastiera Olivetti che avrebbe conosciuto la sua fine solo otto anni dopo a causa di un pizzaiolo egiziano e di una bottiglia di Vin Santo, un'altra storia.

Scrissi tutto. Quante cose avevo da dirle… quante cose m’ero tenuto dentro… Scrissi come non avevo mai scritto, senza pause, senza esitazioni, senza la certezza che quella lettera avrebbe fatto la fine di tutte le altre, nelle profondità del mio capiente cestino. Scrissi di come l’avevo notata a lezione, durante la proiezione delle diapositive. Di come avevano brillato i suoi occhi chiari mentre guardava, non sapendo d’esser guardata, un punto alle mie spalle, cercando un posto libero.

Le dissi delle lettere e delle poesie, le dissi di quanto la pensassi e di quanto spesso la sognassi, e di come mi aveva ferito ogni volta che mi aveva ignorato, non sapendo di ferirmi, e forse non sapendo neppure di ignorarmi. Probabilmente esagerai un po', ma non sapevo più fermarmi.

Scrissi qualcosa come sei pagine a spaziatura singola. Conclusi scusandomi con un pizzico di ironia per quella sciocca telefonata, mai più l’avrei disturbata, poi firmai  e stampai e piegai e imbustai e finalmente, con l’anima leggera me ne andai a dormire.

E sognai Ligabue.

* * *

Lunedì pioveva ancora. L’amica Simona divideva con me il suo ombrello e camminando a lunghi passi sotto la pioggia ogni tanto il suo fianco morbido toccava il mio. Simona non era male, il nostro era un rapporto di amicizia piuttosto superficiale basato sulle reciproche confidenze: io le raccontavo le mie cose, lei le sue: aveva un fidanzato che ogni tanto lasciava, lui le dava dei grattacapi. Benché non avessi mire su di lei avrei comunque voluto sapere cosa pensava Simona di me. L'unica volta che glielo avevo chiesto aveva risposto: "sei un ragazzo strano!". Poi si era rifiutata di spiegarsi meglio. Comunque Simona era un'amica, e la regola dell’amico non sbaglia mai. Si può essere amici di una donna, perché no? E poi il mio cuore era per Sofia. Non per Simona. Solo Sofia. A Simona parlavo spesso di Sofia. Gliene stavo parlando anche in quel momento.

- Cioè, fammi capire – aveva detto Simona. – Le hai davvero scritto una lettera di sei pagine?
- Gliel'ho anche consegnata. - le avevo risposto. Sentivo di avere fatto la cosa giusta.
- E lei come l’ha presa?
- Bhè, per la verità ha sorriso.
- Ah, buon segno.
- Lo spero. - dissi.

Eravamo sotto l’ombrello in una stradetta del centro di Firenze, appena dopo l’Arno. Era la prima volta in vita mia che dividevo l'ombrello con una ragazza, eppure stavo pensando ad altro; se quello era un momento speciale di sicuro non me lo stavo godevo. Il lastricato stradale era viscido e le luci gialle che si specchiavano sul fondo bagnato non mi erano mai sembrate così belle, nonostante l’ansia. Oltretutto eravamo riusciti ad estorcere, ai nostri professori, un quarto d’ora accademico, giusto per darci il tempo di spostarci a piedi da una sede ad un'altra. Io e Simona, sotto l'ombrello di lei, tenevamo un bel passo di marcia. E di lì a pochi minuti avrei incontrato Sofia.

Chiesi: - Che dici, l’avrà letta?
- Non so… - rispose lei - quando gliel’hai data?
- Venerdì. Ad Analisi.
- Bhè, ha avuto tutto il fine settimana. L’avrà letta sì. Sei pagine! 
- Vabbè, ma s...- dissi, poi il mondo si capovolse.

Il mio piede schizzò in alto, il pavimento volò via e poi ci fu lo schianto.

Ammutolito e asfissiato da un dolore lancinante vedevo la testa di Simona molto al di sopra del mio punto di vista. Boccheggiavo… ed ero... ero seduto per terra.

- Dio santo…! – fece lei.
- H… - Non avevo fiato. Mi puntellai sul lastricato viscido per rialzarmi. Lei fece per aiutarmi ma in verità si limitò a stringere debolmente il mio polso, impacciata com'era dall’ombrello e dalla consapevolezza che, velocemente, si stava facendo strada in lei.

Ero scivolato su una merda. Una merda di dimensioni ciclopiche. Qualcosa di grasso, grosso, enorme e spumoso. Una trappola letale. Come avevo fatto a non vederla? Scivolando, mi ci ero seduto sopra a timbro, a pieno culo. SPLATH!

Simona cominciò a ridere. Rise talmente forte da scordarsi dell’ombrello. Rideva e piangeva dal ridere e si bagnava i capelli e si vergognava per il fatto di stare ridendo di me in quel modo così sfacciato.  Quanto a me, paonazzo di vergogna, avevo in mente solo un pensiero. Indovinate quale?

- Cristo! Tra nemmeno dieci minuti devo vedere Sofia!

Simona piangeva e si teneva l’addome, ormai completamente bagnata anche lei perché non riusciva più a tenere l’ombrello dritto. 
- Ma che cazzo ridi! - gridai. 
- Scusaah... – fu l’unico suono articolato che emise. Poi riprese a ridere. In quella storia stavo accumulando figura di merda una dietro l'altra, e almeno in un caso figura di merda non era soltanto un modo di dire.

- Simona... - chiamai. Finalmente la sua ilarità stava scemando.
- Cosa c'è... - disse. Frignava.
- Merda, cosa faccio, adesso? Hai, non lo so… dei fazzolettini di carta?

Trovammo un bar e lei riprese a ridere. Cominciava a starmi sul cazzo, la stronza. Entrai in bagno e consumai un intero rotolo, strofinando bene, che schifo. Mi lavai le mani fino a consumarle. Il vero problema però non era neanche la macchia fantasma che avevo sul didietro dei jeans. Il vero problema era che io non sentivo gli odori, puttanamiseria, e non sapevo, non potevo sapere se quell'incidente mi avesse o meno lasciato tracce addosso. Certamente sì.

* * *

La caduta mi aveva lasciato dolorante nel corpo e nell'anima. Era il genere di cose che negli aneddoti della gente capitano a qualcun altro. Simona l'avrebbe raccontato a chiunque già a partire da quella sera.

Mi tenevo a distanza di sicurezza da Simona, fuori dal diametro del suo ombrello. Mi imbarazzava l’odore, questo sconosciuto. E in secondo luogo non si poteva essere più bagnati di quanto fossi già.
- Pensi che dovrei tornare a casa e rimandare a domani? – domandai a Simona, sperando che mi dicesse “No, perché? A vederti sembri tutto meno che uno che è scivolato sulla merda più grande del mondo"
"che ci si è seduto sopra di schianto.”

Invece disse: - No so...
- Forse dovrei tornare a casa. 
- Non so che dire.
- Questa cosa nasce male, ho come dei presentimenti negativi.
- Ma perché? Guarda che pestare una merda porta fortuna.
- Vaffanculo, Simona! 
- Ma sì… lo sanno tutti. Pestare la cacca porta fortuna.
- Eh, sì... come no.

Proseguimmo in silenzio, mentre io elucubravo. Non avrei mai trovato il coraggio di domandare a Simona quanto puzzassi. Era una domanda impossibile. Avrei perduto la lezione ma sarei stato di ritorno proprio per l'orario in cui Sofia fosse uscita dall'aula. C'era tempo. E non tutto era perduto. Per tirarmi su il morale provai a immaginarmi il finale. Lei mi sarebbe corsa incontro in lacrime, commossa dalla mia lettera; mi avrebbe abbracciato e confessato di aver trascorso il week end a pensare a me, inzuppando la federa di lacrime, pentita, pentita! d'avermi capito così tardi! Avrebbe stretto nel pugno i sei fogli stampati al computer che avevano fatto breccia nel suo cuore. Io avrei sorriso, grande e saggio, praticamente paterno, e le avrei posato delicatamente due dita sotto il mento e le avrei detto che era tutto ok. E lei avrebbe arricciato il nasino giusto un po'...

* * *

Me ne andai a casa e tornai in facoltà ben prima che la lezione finisse. Malgrado la doccia ero uno straccio, a parte il mal di schiena e la ferita all'orgoglio, avevo anche perduto lo slancio. Ero stato fiero della lettera e del mio atto di coraggio nel consegnargliela, ma quello scivolone era stato un autentico schiaffo in piena faccia. Un modo troppo brutale di tornare alla realtà. Mi sentivo ridimensionato; non il protagonista romantico che cammina sotto la pioggia, no, ero quello che scivolava sulla merda, ero in un film comico dozzinale, di quelli che nemmeno fanno ridere, oppure ero la spalla ridicola nel film drammatico di qualcun altro. Di certo il finale di quella storia non era stato scritto per me. 

Andò comunque a finire che fu Sofia a cercarmi dopo la lezione, forse per togliersi il peso; mi ringraziò per la lettera bellissima, mi disse di non avere mai ricevuto niente del genere, mai una lettera più bella di quella eccetera eccetera. Ci volli credere, ma a pensarci bene, cosa altro avrebbe potuto dirmi? Sul momento mi ritrovai a sperare che tagliasse corto. Nei giorni seguenti devo dire che lei non prese le distanze, si limitò a non accorciarle più di quanto non fossero. E la lettera, ovviamente, non fu l'inizio di alcun cambiamento, fatta eccezione per un paio di sorrisi complici consumati in settimana; sorrisi che mi parvero la fine del mondo e sui quali fantasticai per giorni e giorni, senza però riuscire a togliermi di dosso quel vago senso di sconfitta che non sapevo bene dove collocare. E, come era prevedibile, nei mesi successivi, il nostro rapporto non sarebbe cambiato di una virgola.  

* * * 

Quel pomeriggio, dopo lo scivolone e lo schianto, mentre rientravo a casa con l'idea di cambiarmi i jeans e precipitarmi di nuovo in facoltà, avevo incontrato sulle scale Gianmaria. Avrei dovuto chiedergli del suo esame, ma preso com'ero dai miei crucci non ci pensai. Per Gianmaria era raro vedermi così poco loquace.

- Come va? - mi aveva chiesto infine. 
- Storia lunga - avevo detto - poi ti spiego. 
- Sei tutto bagnato, non... Cristo, ma cos’è questo odore di merda?
- Gianmaria... - avevo detto, paziente - io non sento gli odori.
- Ah, già scusa. Me lo scordo sempre... Forse hai pestato una merda...
- Forse l'hai pestata tu.
- Magari. Pestare la merda porta fortuna. Il mio esame, invece è andato in vacca.





3 commenti:

  1. allez, ma non potevi innamorarti di simona?
    Comunque sempre divertenti questi aneddoti.
    csty.

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  2. Ma non mi ASCOLTI? Simona era una AMICA! La regola dell'amico non sbaglia mai!

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  3. leggendoti ale, mi sono fatto una bella risata, di quelle che non facevo da tempo. Anch'io molti anni fa, quando ero giovane e forte (?), (vabbè diciamo piu' giovane che forte), pestai una bella merda e posso confermarti che porta fortuna realmente. Mi ando' bene un'interrogazione o un esame non ricordo bene, e poco importa se dovetti poi buttare le scarpe. Trattavasi di scarpa tipo Timberland dei poveri, insomma delle lumberjack per dirla tutta, ma con la suola fatta da mille intercapedini dove la merda si ando' a nascondere e a infittirsi...le provai tutte, e non mi vergogno e spero non me ne vogliate, provai anche con degli stuzzicadenti, che a volte per l'impeto incazzoso si rompevano, ma niente, tutto era inattaccabile... da allora, sempre e solo scarpe con la suola liscia...

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