giovedì 14 aprile 2011

Fidati


- fiction -


Il controsoffitto del supermercato aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto. L’incessante successione dei biip dei registratori di cassa resa ottusa dall'assenza di effetto Doppler e il ronzare degli annunci elettronici scandivano i minuti interminabili di quell’attesa: tenevo tra i piedi il cestello della spesa come un cane che si fosse messo a dormire. Provai a immaginare in quanti altri posti avrei preferito essere, ma il numero superò le mie capacità di calcolo e mi apparve espresso in un codice esponenziale che mai e poi mai sarei stato in grado di decifrare. Mi sarei volentieri intrattenuto raccontandomi una storia, ma tutte quelle che avevo in mente me l’ero già raccontate un milione di volte in altrettante interminabili code. Non mi restava che aspettare, ascoltare l’eco dei biip e citare William Gibson fissando il controsoffitto.

Poi notai, preceduto da un annuncio, del movimento vicino alla cassa 14. Mi rianimai. Stavano aprendo una nuova cassa, e fossi stato abbastanza veloce... raccolsi il cestello carico e partii di gran carriera, attento a non scivolare sul pavimento lucido. Un negro con le gambe molto più lunge delle mie ed insopportabili capelli rasta mi aveva preceduto di un soffio, ma ero comunque riuscito a sorpassare un giovane dall’aria depressa che non aveva neppure il cestello: egli camminava piano, curvo e portava i suoi acquisti tenendoli abbracciati, come l’ultimo ricordo di un amore perduto.

Fu allora che ricordai di non avere con me la carta Fidaty. Imprecai una stramaledizione tra i denti: avrei di nuovo perso un mucchio di Punti Fragola e, cosa ben peggiore, non avrei avuto accesso ai vantaggiosi sconti. Dovevo ragionare in fretta: il negro che mi precedeva stava insaccando la sua roba mentre la cassiera, metodica e inarrestabile, lasciava scorrere ciascun prodotto sul lettore laser, fremendo a ciascun biip.
Pensa, pensa pensa! Mi dissi.

Il ragazzo dall’aria depressa era la mia unica speranza. Lo squadrai da capo a piedi, poi osservai la sua spesa. Sughi pronti, spaghetti, patatine rigate con la paprica e poche altre cose. Decisamente non c'era il rischio che sua moglie apparisse da un momento all'altro. Quel giovane era più single di me. Le patatine dovevano essere il programma per la sua Grande Serata, ma certamente le avrebbe sgranocchiate tutte prima delle otto di quella sera, e si sarebbe messo a letto alle nove. Non c’era da stupirsi che avesse l’aria depressa. Poi osservai la mia spesa e mi domandai quale diritto avessi di giudicare, io che avevo in programma di andare a casa a guardarmi in streaming repliche di Santa Barbara masticando würstel.

Mi avvicinai a lui: - Psst... - bisbigliai. Lui mi guardò. - Vorresti i miei punti? - chiesi a mezza voce. 

Si fece attento: da quando c’era in palio la pirofila la gente sarebbe stata disposta ad uccidere per un paio di Punti Fragola. Conoscevamo tutti la storia di quel tale che aveva venduto un testicolo in cambio di mille punti fragola: si era portato a casa le tazze, e gli restava ancora un testicolo per la pirofila.

- Devi solo… - lanciai una occhiata alla cassiera che stava strisciando la carta di credito del negro, abbassai ancora il volume – devi solo passarmi la tua tessera…

Lui annuì, lentamente, fissando la cassiera.

- Ma non farti vedere, dio santo!

Mi strizzò l’occhio in segno di ringraziamento poi, con un gesto da prestigiatore, mi ritrovai in mano la sua Fidaty. Era spezzata in due e tenuta malamente insieme con da nastro adesivo trasparente e bruni residui appiccicosi. Merda… era un segno di riconoscimento fin troppo evidente, ma oramai la cassiera stava passando la mia roba al lettore laser; ero oltre il punto di non ritorno.

Sotto la superficie dello specchio del lettore, glifi di luce rossa bombardavano i codici a barre della roba di cui mi sarei cibato nei giorni seguenti. Immaginai i cavi che si dipartivano da quell’apparecchiatura, autostrade di fibra ottica che sprofondavano nel sottosuolo, caselli di silicio che si snodavano nelle viscere della terra dove, da secoli, ronzava instancabilmente l’immensa Mente Elettronica della Esselunga: quanto sapeva di me quel computer? Ognuno degli scontrini era un capitolo numerico della mia biografia: i miei problemi coniugali, le mestruazioni della mia ex, i dettagli della mia dieta, i miei hobby, la mia passione per salumi e alcolici… non era difficile immaginare che su quella macchina fosse in opera, tra gli altri, un algoritmo in grado di calcolare con allarmante precisione la mia esatta aspettativa di vita. Fantasticavo, senza immaginare di essere ad appena un passo dalla verità.

- Ha la carta Fidaty? – domandò la commessa, scrutandomi da sopra il bordo degli occhiali.

- Sì – dissi io. La mia voce non aveva tradito la menzogna. Anni e anni di fidanzamento trascorsi in chat con improbabili signorine-emoticon, erano, se non altro, serviti a rendermi imbattibile sul fronte delle bugie.

La cassiera passò la tessera sul lettore laser, io udii distintamente il biip che ingoiava i dati di quella tessera, percorreva i cavi sotterranei e aggiungeva una riga in più al complesso listato del giovane con l’aria depressa, in fondo la tessera era la sua, non la mia. Chissà se avevano anche un software in grado di individuare forti incoerenze nel grafico della spesa settimanale, la minima fluttuazione nel diagramma dei carboidrati; quei programmi sarebbero stati in grado di riconoscermi solo sommando le calorie. 

Pagai con carta di credito, mentre una goccia mi scendeva sulla tempia. Stavo correndo un rischio stupido: i dati della carta di credito e quelli della Fidaty non avrebbero combaciato, ma non avevo contante. Avevo speso tutto il mio contante per comprare sigarette al Bar Mario. Pensando al Bar Mario provai una fitta di nostalgia: rividi la commessa, attraente, mora, bella come la notte, le sue forme giunoniche compresse a stento nell’attillata uniforme: le avrei volentieri proposto di passare con me la serata, ma erano tempi difficili: cosa avrei mai potuto farci con una donna, salvo limonare o giocarci a dama? Ah, destino infame! Non possedevo una dama! E benché il mio spirito fosse libero, il mio cuore ancora non lo era. Avevo amato e amavo ancora l’unica donna che non avevo saputo amare abbastanza. Ma solo il ragazzo depresso avrebbe potuto capirmi. 

Tornai al presente scuotendo il capo. La goccia di sudore raggiunse lo zigomo e continuò a scendere mentre la cassiera inseriva la mia carta di credito nell’apposita feritoia.

Andata! Pensai. Il conto era stato accreditato, non era scattato alcun allarme.

Con un gesto lentissimo restituii la carta Fidaty al giovane dall’aria depressa, tenendo d'occhio la cassiera. La quale non aveva ancora sollevato il capo.

Cominciai ad imbustare la mia spesa, lentamente. L’istinto mi diceva di fuggire, farmi i cazzi miei e fuggire lontano prima che fosse troppo tardi. Ma il giovane aveva l’aria troppo depressa. Mi cadde l’occhio sulle sue patatine rigate e la sua solitudine mi parve immensa come l'abisso dell'oceano. Scattò un'umana empatia, tra l’eco dei biip e il cicaleccio delle coppie sposate, allegramente in fila sotto le luci bianche del supermercato. Io ero quel ragazzo e quel ragazzo ero io: non potevo abbandonarlo…

Mi attardai come meglio potevo, mentre la cassiera passava sul lettore i suoi acquisti. 

- Ha la carta Fidaty? – Chiese infine. Avrei dovuto capire che era il momento giusto per fuggire. La cassiera si era tolta gli occhiali, e fissava il giovane come sfidandolo: il giovane, dal canto suo, aveva assunto un'aria più depressa che mai.

- Sì – disse lui. C’era stata una vaga esitazione nella sua voce o era solo la mia paranoia? Lasciò la sua tessera sul ripiano di plexiglass… la cassiera la ghermì, la scrutò, poi la ripose nuovamente sul piano.

- Io da fessa non ci voglio passare! – disse la cassiera. Fu come se l’audio del supermercato venisse azzerato dal dito di Dio in persona. Mai che si trovi un cespuglio rotolante, quando serve, pensai. Poi schiaffeggiai la mia ironia. Il giovane era nei guai. Ed era colpa mia.

- Ma… - disse lui, arrossendo visibilmente.

Cristo di un Dio, imprecai, tra lingua e gengive, si vede che sei sempre stato un fottuto single… mai iniziare una bugia con la parola "Ma".

- Pensavate di prendervi gioco di me! - disse lei, e non era una domanda. La mia mente vacillò un istante quando, immediatamente alle sue palle, mi parve di scorgere il guizzare di una coda a sonagli.

Intanto, nel supermercato, le luci si erano fatte vagamente rossastre. Dai cestelli e dai carrelli si levavano pigre volute di vapore, il controsoffitto non era mai sembrato così basso e le offerte così poco probabili. Non avrei mai creduto di poter sentire la mancanza di quei biip. Avrei pagato, pur di sentire un biip…

Provai a comunicare al giovane dall’aria depressa, ma mi zittii nell’esatto istante in cui mi resi conto che la mia glottide non conteneva parole adeguate. Ero la causa della sua condanna… io, coi miei sacchetti della spesa ormai tra le mani avevo macchiato in modo indelebile la mia anima e la sua… Pensai a Dio. Se esisteva, sarebbe stato mica male darci un segno, no?

Invece l’avidità riscoteva il suo tributo in libbre di carne, mentre le divinità celesti distoglievano lo sguardo.

- Signora – dissi, infine risoluto, inchinandomi per quanto i sacchetti me lo permettevano. - Abbia pietà di questo giovine. Fui io a condurlo sulla via dell’inganno, egli attendeva il suo turno con solitaria autocommiserazione… insomma, guardi la sua spesa, non v’è pietà dunque, nel Suo animo?

- Stolti! – tuonò, ella, levandosi in tutta la sua statura. Per la prima volta, nella mia vita, vedevo una cassiera in piedi: la permanente vaporeggiava e fiammeggiava di rosso scarlatto contro il gelido grigio del cielo appeso e del neon indifferente.

- Lo risparmi! – gridò una voce. Voltandomi riconobbi il negro dall’alta statura: l’uscita ormai sbarrata gli aveva impedito di fuggire: - Lo risparmi, - ripeté il giovane negro - Trovi in sé la forza di perdonare!
Il giovane depresso si era scoperto il petto smagrito, e lo offriva eroicamente agli strali: - NO! Fui io ad accettare, colpisca me! - disse.
- NO! - urlai io - Fui io a ordire il criminale piano! Risparmi il giovine, egli è innocente. Invece colpisca lui - dissi, indicando il negro.

Frattanto la cassiera, senza por tempo tra il mio scarno soliloquio e la sua sentenza, levava agli astri la sua voce di condanna: - Ezechiele venticinque diciassette…! – tuonò quel Caròn Dimònio, e la sua coda si ergeva alta fino a lambire le plafoniere, e tutt’intorno il silenzio soltanto regnava, tra le lamiere contorte.

- NO! – disse il giovane – Ezechiele no!
- No – feci eco io, ormai sull’orlo del pianto e del dirupo degli inferi.
- No – fece eco il negro, ma con un accento che rese il momento vagamente comico.
- Tutto ma non Ezechiele! – disse il giovine, e un istante dopo la tenebra calò ed io caddi, come corpo morto cade.

* * *

Quando mi destai, il grigio era ovunque. Non faticai un solo istante a rammentare la mia triste condizione. Ero in una sala dalle pareti grigie e uniformi. Un tavolo di ferro imbullonato a terra e due sedie. Nient'altro. Non una fessura, non una presa d’aria. Era come se la stanza mi fosse stata costruita intorno, ed era probabile che fosse stato proprio così. Per quanti anni avevo dormito?
Mi disposi all’attesa, rimpiangendo di avere in tasca solo un pacchetto di sigarette, oltre al pacchetto di sigarette già aperto e il pacchetto di riserva nascosto nel mio portafogli.
Fumai.

* * *

L’agente si era presentato come Smith, ma da dove era entrato? Indossava un completo fresco di tintoria e una cravatta nera. Portava con sé una cartellina con sopra il mio nome. Si sedette, poi prese a srotolare con evidente interesse un lungo nastro di carta stampato. Era in effetti uno scontrino, lo scontrino più lungo che avessi mai visto. 
- Quello cosa è? - domandai.
- Allez… - disse lui, masticando le parole come grani di pepe - Trentasette anni, un metro e settanta, novantasei chili. - Snocciolò, sarcastico.
- Come può vedere dalla lunghezza del Suo Scontrino, La tenevamo d’occhio da molto, molto tempo. Malgrado i buchi nel tracciato dello Scontrino sapevamo abbastanza di Lei, mi creda. Sapevamo quello che le piace mangiare, bere e vestire. Conoscevamo i suoi gusti, quello che le piace e quello che Le fa schifo, cosa La eccita e cosa La spaventa, potevamo prevedere ciò che le sarebbe piaciuto domani e anticipare con assoluta certezza ogni suo cambiamento di gusti, nell'alimentazione, persino del vestire... sapevamo che sarebbe ingrassato a dismisura, come dimostrano i fatti, e potevamo conoscere ogni sua malattia passata e futura, era tutto qui, sul Suo Scontrino, articolo dopo articolo. Riga dopo riga. Sapevamo che sarebbe stato scaricato dalla sua compagna prima ancora che lo sapesse ella stessa; un dato invisibile per Lei, ma chiaro per noi, come la frattura di un osso in una radiografia.

Lo fissai, sprezzante.

- Poi il silenzio. - disse. - Da almeno due anni Lei è svanito dai nostri radar. E' scomparso, il Suo Scontrino si è interrotto. In compenso a quanto pare ama adoperare la carta Fidaty di altri, cosa espressamente vietata dai nostri regolamenti... Due anni! - disse, scuotendo il capo, come non ne venisse a capo - Nessun utilizzo della carta, nessuna denuncia di smarrimento, nessun riaccredito dei punti Fragola. 

- Che ne è stato di quel ragazzo? - dissi, tanto per cambiare argomento. 

Mi guardò senza rispondere. Allora parlai io: - Ora mi dirà che le domande qui le fai Lei, giusto?

Non rispose.

- Non mi intimorisce coi suoi metodi da Gestapo, - buttai lì - Conosco i miei diritti, voglio fare la mia telefonata.

- Ha smarrito la sua Carta? - mi chiese, come non avessi parlato - Mi dica che è questo. Non Le crederei, ma sarebbe una spiegazione. O vuol farmi credere che da quasi due anni le non si alimenta più?
- La verità... - dissi, passandomi una mano sulla pancia - La verità è che mi sono messo a dieta.

Strabuzzò gli occhi, serrò la bocca ma infine la risata gli uscì in uno sbuffo dal naso. E poi rise.
Rise come ridono i cannoni in guerra.
Rise come ridono le lamiere dei sommergibili, curvate dalla pressione dell'oceano
Rise come ridono i tuoni, i terremoti e persino le epidemie. Rise come ride l’uranio impoverito che non ha più nulla da perdere.
Rise, tossì, poi continuò a ridere.

- Dieta! – disse, a stento, scosso dai singulti e dai singhiozzi e dagli spasmi del riso – Lei vorrebbe farmi credere... con quella sua panza...! ... dieta...!

- Non dico che sia facile... - buttai lì, nel chiasso.

Rise ancora. Rise fino al punto da far tremare i pilastri del mondo, rise fino a quando l’ultima umana risata si spense, rise così forte da piangere e dopo… dopo continuò a ridere.
- Lei... a DIETA – disse, ormai stridulo.
- Fanculo! – dissi, sprezzante. Poi, sprezzante, aggiunsi: - Ho comprato anche carote e zucchine, e sono venti punti Fragola, testadicazzo! Voglio fare la mia telefonata.

La risata crebbe di due ottave e un semitono, poi divenne un singhiozzo stentoreo, infine un affanno soffocato d’enfisema, mentre l’agente Smith si contorceva negli strappi dolenti della sua irrefrenabile, incontenibile ilarità. Cigolò, asfittico, negli ultimi ansiti dei suoi latrati, poi uggiolò mentre il suo corpo si raggrumava, guastando il lavoro della tintoria. Vidi i suoi arti collassare verso il busto, la sua bocca spalancarsi in una angolazione sconosciuta in natura, aprirsi ben oltre i 180 gradi e continuare ad aprirsi fino ad ingoiare in negativo la sua stessa, austera fisionomia, e poi richiudersi in uno scatto dentale rovesciato; priva d’appigli, la lingua cadeva con umido rumore a terra, con un suono da macelleria, e lì guizzava come coda di lucertola.
E un istante dopo solo il silenzio regnava, tra le lamiere contorte.

* * *

Fuggii tra vani scale e corridoi, tra trombe d’ascensore e quartetti d’archi, sorpassai zombie che spingevano carrelli ricolmi verso parcheggi sigillati, dribblai giovani donne con in braccio bambini truccati dalla cioccolata, corsi, zigzagai, saltai, rotolai, inseguito da lingue di fiamme sopra le spalle, scavalcai il banco frigo, e con in testa l'unica idea razionale in quell'inferno: uscire vivo.  

- Hey! – urlò, una voce alle mie spalle.

Era il giovane depresso. Zoppicava ed era ferito e pesto, ma tutto sommato pareva in forma. Lo aspettai.

Quando mi raggiunse disse: - Ne è valsa la pena, però! - e da sotto la maglia tirò fuori una luccicante pirofila.
- Figlio di puttana! - dissi, con ammirazione. Ridemmo insieme. Quasi lo invidiavo. Non avevo mai avuto una pirofila in tutta la mia vita, e di quel passo mai l’avrei avuta.

Fuggimmo, reggendoci l’un l’altro.

- Che ne è stato del negro? – domandai, salendo sul tapis roulant.
- Oh… - disse il ragazzo. Era paonazzo, ma impallidii a sentir pronunciare la parola negro.
- Che d’è? – dimandai.
- Si dice diversamente bianco – mi corresse.
- Hai ragione – conclusi. Eravamo nel parcheggio. Aprii le porte della mia Lupo Verde; amata Lupo. Mai m’era sembrata così verde.

Poi sgommai via bruciando diesel. Alle nostre spalle, l’edificio della Esselunga si accartocciava su se stesso, divorato da voragini fiammeggianti e da urla di dannati, e da orribili favelle e suon di man con elle. L’asfalto precipitava negli abissi al nostro passaggio, e accelerai. E accelerai ancora e corsi.

Guardai il mio compagno.

- Grazie – dissi.

Lui mi strizzo l’occhio.

- E' stata una bella avventura, - dissi - uno di questi giorni lo rifacciamo, ti va?
- Fidati - mi disse lui. 

Ridemmo. Poi lo guardai.

- Cosa c’è, - fece lui.
- Se eri una bella figa, te lo direi. – dissi, d'improvviso d'imentico di grammatica e ortografia.

In quell'istante divenimmo amici, e mentre l'auto scivola nella notte, sognammo insieme una infinita catena umana che si estendeva da Firenze a San Francisco, isole comprese, una catena a forma di Esse, però lunghissima, di braccia levate e carte Fidaty che passavano di mano in mano. Un mondo senza confini nè barriere, in cui la mia carta e la tua carta, i miei punti e i tuoi sono la stessa identica cosa. E nel cielo stellato si levava il coro dell'inno di un mondo migliore.

E altro non so, non posso, o non voglio dire.


3 commenti:

  1. sempre divertenti le tue storie, ma in questa hai cambiato un pò la prosa, a metà tra stendhal e gli autori americani contemporanei.
    vabbè tanto te lo dico sempre: perchè non provi a scrivere un racconto? divertente e leggero però, tanto per iniziare e poi passare a qualcosa di più impegnativo.
    csty

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  2. Ma perché quello che ho scritto cosa è?

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  3. ahaha!! bellina!!!
    la costi intendeva dire perchè non scrivi qualcosa da pubblicare ovviamente..

    Graz

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