domenica 5 giugno 2011

La fermata del 22



E di tanto in tanto la queite della campagna veniva messa in fuga dal frastuono di trattori e falciatrici, o dallo schiaffo in acqua di tuffi scomposti nelle piscine dei vicini, e anche da un colorito rincorrersi di insulti gridati dai giovani bagnanti e dall'abbaiar loro appresso dei cani.
E in quel week end lungo che volgeva al termine già alle dieci della domenica mattina, bovino e rauco masticavo torvo una banana, fissando i resti dell'ennesimo dipinto da buttare. Tanto per dire: doveva essersi sentito così, Leonardo da Vinci, mentre i cavalli della sua Battaglia di Anghiari si squagliavano sotto i suoi occhi, vinti dal calore delle torce. Messa in questi termini mi pareva meno deludente. E intanto pensavo che non sarebbe stato male rincoglionirsi di televisione, ad esempio, o far la coda in autostrada come chiunque altro, in quel soleggiato week end. O magari prendere una bicicletta e andar lontano sfidando le salite e le Marlboro, o ancora stazionare contemplativo sui gradini del Duomo, a contar le gambe delle turiste e dividere per due l'appetitoso totale. E poi ricominciare...
Invece quei quattro giorni erano sorti e tramontati senza storia, in un impetuoso quanto inutile impastar di tempera. Questo succede quando la foga creativa si scontra con l'inesperienza tecnica, pensavo. O appendi comunque il risultato spacciandolo per arte di un qualche tipo, oppure lo cancelli dal mondo.
E tutto perché ero incapace di iniziare qualcosa e non finirla: colpa dell'ispirazione, mi dicevo. Bisognava approfittarne fintanto ch'era tiepida.
Pulendo i pennelli, mi chiedevo cosa fosse questa cosa che chiamiamo ispirazione: assomiglia all'amore, mi dicevo: una cosa che non sai cos'è però ne accetti l'esistenza e in qualche modo ti ci adegui.
Tappando ad un ad uno i barattoli come dicessi loro addio, stronzi, invece, già pensavo a quanto spesso abbia in questo blog parlato d'amore, quasi più di Moccia si può dire.

Così portavo sulla terrazza il mio portatile, in una striscia d'ombra fortuita, e scrivevo dell'estate arrivata e già sul punto di andar via: come una bella stronza che aspetti per mesi alla fermata del 22 e quando arriva ti allaccia le mani dietro il collo e ti bacia fino in gola per due mesi scarsi, senza concederti altro se non di rubarle una carezza appena sopra il fianco, dove la pelle è più fresca; e quando sei annichilito dal desiderio, ansimante dalla voglia, dolorante di urgenza erettile, lei gran troia con una scusa ti fugge, in uno svolazzare di capelli che è già autunno, e sei di nuovo fermo alla fermata del 22 fino a che lo vorrà lei.
E dopo averlo scritto pensavo che mi fosse venuto bene, a scriverlo così, l'estate come una bella troia, non proprio originale ma con gli aggettivi al posto giusto e i congiuntivi in ordine, forse mi sarebbe piaciuto fino al giorno dopo, o quello dopo ancora.
E non mi sfiorava nemmeno da lontano l'idea che ogni minuto trascorso a scrivere dell'estate era un minuto sottratto al viversela, e a berla a sorsate che direi avide se non fosse così scontato definirle tali. E tornavo a quei gradini del Duomo e quel vano vagar per cerchi ampi dentro il centro storico, all'erba secca e gialla ai bordi della superstrada per il mare, oppure agli scogli e ai fondali, e dai fondali ai ricci neri incollati alle rocce, e dalle rocce alle parole piene di eco e di sapori, come secchiello e paletta, parole piene per sempre di sabbia bagnata e ombre di pineta.

E magari tra cento anni, brizzolato e un poco anziano, ricevere una e-mail dal tuo amore di sempre, quella che aspettavi alla fermata del 22, e mettersi gli occhiali per leggerla e leggere:

Perché lasciavi sempre che scappassi via?




2 commenti:

  1. ricordati sempre che dovresti scrivere... forse è la strada giusta oltre al disegno che ti riesce già in modo egregio...

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  2. I got my first electronic cigarette kit at VaporFi, and I enjoy it a lot.

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