sabato 30 luglio 2011

Quello che il prete dice

Oggi sono stato dal medico, non perché stessi male: ho appena cambiato medico e volevo fare la sua conoscenza, mi sembrava d’uopo e poi volevo allontanarmi dal quadro che non stavo dipingendo, giusto il tempo per far asciugare l’ultimo pietoso strato di pittura coprente.

Ero il numero dieci, ho atteso il mio turno mortalmente annoiato, in mezzo a numerosi vecchietti chiacchieranti. C’erano riviste tipo Grazia e Starbene. Per la verità c’erano solo un numero di Grazia e uno di Starbene, in generale pochissime tette.

Ogni tanto strisciavo fuori per pippare un poco di nicotina.

Mentre mi avvelenavo mi domandavo se fosse vera quella leggenda secondo la quale il tuo medico può aiutarti a smettere di fumare. Io ho già smesso una volta, senza aiuto. Non ho fumato per due anni, poi ho ripreso per autentica dabbenaggine. Capita.

Smettere la seconda volta è quattro volte più difficile, perché sai cosa ti aspetta e soprattutto, dopo il fallimento precedente, non hai più alcuna fiducia nel concetto di smettere. Due anni di privazioni che finiscono con l’accendersi una nuova sigaretta.

C’è un farmaco che può aiutare, le possibilità di successo sono del sessanta percento. Non male, e poi è pur sempre una droga, per il fisico drogato di un fumatore è sempre meglio dell’astinenza.

Arriva il mio turno e il medico mi accoglie. Vuole aggiungermi alla sua anagrafica, perché i dati della a.s.l. non gli sono ancora arrivati. Clicca sul suo portatile per quindici minuti, qualcosa nel suo programma non va, clicca e riclicca, e nel frattempo noto nel taschino della sua camicia il pacchetto di Marlboro.

Ops.

Cosa pensare di un medico che fuma? Se ne possono pensare tante, ma la prima, quasi inconscia emozione, è di sollievo: se fuma lui… ed ha pure una certa età. Chi sono io per smettere che ho la metà dei suoi anni?

Fai quello che il prete dice, non quello che il prete fa, sentenzia una voce nel mio intimo. E’ la parte più razionale di me, che parla. Quella parte di me sa bene che i medici sono in fondo esseri umani pure loro, poveri mostri, figli anch’essi di questo mondo. Dietro gli occhiali e l’aspetto grigio/verde da ambulatorio si cela spesso un uomo qualunque, tale e quale a noi; con debolezze, vizi… cattivi abitudini.

Intanto lui inserisce per la seconda volta il mio codice fiscale nel suo database, mormorando cifre e lettere. Allontana e avvicina il mio libretto sanitario dal suo volto, alla ricerca della giusta messa a fuoco. Mi guardo intorno: sono nell’ambulatorio di un medico. Ho la pelle d’oca.

Finalmente il dottore mi guarda. – Bene! – esclama, come a festeggiare la conclusione del suo lavoro al portatile. Gli racconto in cinque minuti la storia della mia vita. Sul finale confesso di essere un ipocondriaco: come lui sa, gli ipocondriaci sono di due tipi, quelli che vanno sempre dal dottore e quelli che non ci vanno mai. - Io sono uno di questi ultimi – concludo.

Lui annuisce, per dire che la sa lunga in merito. Viene fuori che lui è uno psichiatra. Disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi evitanti della personalità, ciclotimia e nello specifico ipomania, mitomania, erotomania e tutto l’articolato cocuzzàro delle fobie, sono cose che lui studiava all’università come io studiavo… vabbè, quello che studiavo io non conta un cazzo, tanto il più delle volte a lezione non stavo attento.

Parliamo del vizio del fumo: ha smesso anche lui. Ha smesso moltissime volte, mai oltre i sei mesi, comunque. Io, coi miei due anni gli sembro un eroe e mi guarda ammirato. Ho appoggiato il pacchetto di sigarette e il cellulare sul suo tavolo. Fumiamo la stessa marca e per un istante, nel bel mezzo di quella calda sensazione di complicità, mi sento un perfetto imbecille; un gran passo avanti rispetto a quando mi sentivo un imbecille malriuscito.

Si complimenta con me per l’ottimo proposito di smettere, magari ne maturasse anche lui uno uguale. Però può garantirmi che un suo paziente ha smesso, con questo farmaco, ma proprio smesso.

- Da quanto tempo ha smesso, il Suo paziente? – domando.

- Eh, saranno già due mesi buoni… - dice lui. – Forse due e mezzo!

Si vede che è uno psichiatra, gli psichiatri sono gli unici che mi comprendano, sempre e comunque, sia quelli reali sia quelli immaginari, anche quando non mi ascoltano. Ha capito che dietro l’aggressività del mio proposito si cela l’insano e inconscio desiderio di fallire, quindi opta per una strategia razionale e soprattutto graduale. Il primo mese niente farmaci, solo qualche piccolo sforzo, tanto per cementare l’intenzione di smettere. Affidarsi al farmaco senza una reale convinzione è sbagliato. Suggerisce di iniziare la terapia di qui ad un mese, e di impiegare questo mese per sforzarmi di ridurre un poco. E passare da Marlboro Rosse a Marlboro Gold non vale, come riduzione.

Alla fine ci troviamo d’accordo, ho ancora un mese per godermi le mie sigarette, un mese autorizzato dal medico, per giunta! E anche se so che me lo consiglia per prudenza, mi sento come avessi avuto la grazia, la licenza di uccidermi.

Ci diamo la mano, esco e dietro la porta c’è una vecchietta curva con in mano il numerino.

Il numero 11. Avanti un altro.

2 commenti:

  1. allez io non ci provo nemmeno, tanto si sa che le donne smettono più difficilmente degli uomini, la mia forza di volontà è pari a zero... e allora perchè devo soffrire inutilmente?
    csty

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