sabato 20 agosto 2011

Allez à l'année dernière






"Amico pittore, sarai pertanto costretto, iniziando il tuo lavoro, a decidere; sulla tua tela bianca non ti è dato rappresentare l'universo. Devi sceglierne una minima parte e tuttavia, in essa, devi far sentire tutte le simpatie, tutte le antipatie dell'universo".

(Salvador Dalì, 50 segreti magici per dipingere)


L'anno scorso il rituale consisteva nel recarmi al mare in solitaria; fondamentale era percorrere la superstrada verso sud in auto col braccio spenzolante fuori, poi cercarmi uno scoglio il più possibile aspro e strapiombante; un luogo che d'incontaminato avesse almeno l'aspetto di primo acchito, uno di quei luoghi dove, magari da millenni, dimorano solo granchi e alghe rigogliose e ricci e schiuma di onde potenti e petulanti. E poi fondali spaziosi e verdi, anfratti inquietanti, cavità sottomarine colme di acqua gelida e ombre di smeraldo cupo e forse altri misteri salmastri. Trovatolo, il posto, mi accampavo adagio come un fachiro in bilico tra le punte e le lame di roccia modellate da intemperie innumerevoli; abbagliato dallo scintillio del sole sullo specchio lustro del Mediterraneo, sostavo contemplativo; lì, con un libro ma anche senza, davo le spalle al mondo e lasciavo che i pensieri prendessero il largo, nello spazio tra le due immensità sovrapposte l'una all'altra.

Beandomi d'improduttivo egocentrismo rivendicavo il diritto di darmi il tempo di riflettere su chissachè e facevo gargarismi di inevitabile rancore che poi sputavo, deluso da quello e deluso dalla stessa delusione e via dicendo, in circoli viziosi nemmeno tanto larghi. Poi rifacevo appello a confuse e contrapposte risorse interiori, e mi ripetevo che a volte succede e basta, chi se ne frega, e tornavo d'umore estivo, immaginandomi come figura mitologica, romantica; e lasciando che i turisti di passaggio in barche colme come di profughi speculassero sulla figura di quell'indigeno col cappello di paglia, seduto su un palchetto di roccia tra le rocce; e il tempo passava intervallando tuffi e ustioni, apnee e arrampicate, esplorazioni e galleggiamenti a schiena con fantasiosa irregolarità, ed era subito sera.

Usavo l'autoscatto per le foto ricordo.

L'anno scorso ci tenevo, a questo stato di cose, a questo isolamento ostinatamente mistico, asininamente spirituale: al punto che quando un amico mi telefonò perché mi unissi a lui e ai suoi amici per andare in spiaggia dalle mie parti, nicchiai per poi dribblare con una scusa congegnata ad arte e trascorsi la giornata leggendo James Ellroy all'ombra di una palma, a casa di mio padre. Durante il mese di agosto mi concessi solo occasioni sociali inevitabili, rimpiangendo sempre e comunque il mio scomodo scoglio e il borborigmo del mare. Probabile che intendessi dimostrare ad una invisibile giuria di non aver bisogno di nessuno, io; una intenzione, quest'ultima, che si rinnovava ogni qualvolta che, riemergendo dai flutti, tornavo grondante e abbacinato sulla terra ferma e controllavo il cellulare e le eventuali chiamate perse o i messaggi non letti: non ce n'erano quasi mai, e quando c'erano raramente richiamavo.

Usavo il cellulare solo per avvertire che non sarei tornato a pranzo.

L'anno scorso avevo ottime ragioni per sentirmi giù di corda, ragioni abbastanza valide ed oggettive da essere riconosciute persino dall'osservatore più pragmatico e meno empatico che mai avesse camminato su questa terra; o che avesse contribuito a darmi alla luce. Mi ero appena trasferito in una nuova casa e finché mi ero tenuto impegnato con il trasloco ed il montaggio dei mobili tutto era filato liscio; poi, un pomeriggio, avevo serrato l'ultima vite dell'ultima mensola dell'ultimissima libreria, e a quel punto non mi era rimasto altro da fare e comunque ne avevo abbastanza, mi ero domandato cosa cazzo ci stessi a fare ancora lì, ché erano andati via tutti tranne io. Non mi era rimasto che lasciare il cacciavite e prepararmi la valigia; il giorno dopo ero in autostrada, a macinare chilometri.

Usavo un audiolibro di Faletti per riempire i vuoi e non dover pensare più del dovuto.

Arrivato a casa se non altro avevo un alibi; se una mattina me ne andavo al mare da solo e non tornavo prima del tramonto, colorato d'aragosta fin nelle parti più intime, chiunque avrebbe potuto comprendere il mio desiderio di solitudine; magari non l'avrebbe condiviso ma con un poco di sforzo avrebbe potuto comprenderlo. Immaginavo immaginari osservatori che, appena avessi voltato le spalle, si sarebbero toccati la tempia con l'indice alzando gli occhi al cielo, incoraggiandosi a vicenda ad aver pazienza, con quell'orso abbrustolito. Si sarebbe trattato di un momento, poi avrei rimesso la testa a posto, sarei tornato alla mia vita di sempre, avrei ricominciato a frequentare amici e cercare amiche e da un giorno all'altro avrei rimesso le cose in prospettiva: casa nuova, una nuova compagna a insegnarmi sorrisi nuovi al posto dei vecchi; in breve una nuova avventura; sarebbe servito solo un poco di tempo per rendersi conto di quanto esaltante e stimolante fosse il panorama che mi si prospettava davanti, Cristo, c'era persino chi mi invidiava!

Usavo il portatile di mio padre per scrivere cose che, ora lo so, non avrei più riletto.

L'anno scorso tornai a Firenze senza che nessuna delle cose che mi avesse dato pensiero all'andata si fosse spontaneamente risolta. Avevo accumulato solo scottature, montagne di testi inutili e una barba che mi ero rifiutato di radere e che, immaginavo, avrebbe forse potuto fornirmi uno spunto per un nuovo look. Un look tipo uguale a prima, ma con la barba lunga, invece del solito pizzetto. Nella mia nuova casa pranzavo su un tavolino da cucina ancora da verniciare, seduto su sgabelli che, solo allora, riconoscevo finalmente per quelle scomode trappole che erano. E non avevamo portato in cucina il cavo dell'antenna, per cui non si poteva guardare la tivvù.

Usavo dvd de “Ai confini della realtà” per intrattenermi mentre cucinavo; uno o due episodi al giorno, per molte settimane.

E se me lo domandaste, oggi, non saprei nemmeno dirvi come sia già trascorso un anno, pure interminabile. E di cose ne ho fatte, e alcune anche memorabili, per quel che mi consta. Sono andato in studio ogni mattina, a spingere avanti la carretta a forza di clic e di scroll, fino alla fine di ogni mese. Ho letto libri, visto film a decine, fatto nuove conoscenze (ma senza esagerare). Ho scritto molte cose e alcune le ho disegnate, moltissime altre le ho buttate via. Ho contributo a rimettere in equilibro il rapporto con Graziella, riscoprendo le contraddizioni di quell'amore strano e reciproco del quale nessuno dei due sembra venire a capo, per quel che possa valere. 

E poi mi sono anche concesso il lusso di coccolarmi, a modo mio, s'intende; non le coccole molli del pantofolaio con il tazzone di latte caldo e la stufina sotto il culo, né quelle dell'edonista con i pesi e le misure in chili; mi sono dato a coccole lavorative, di quelle che lasciano segni sul bianco da riguardarsi a fine serata, di quelle che ti aiutano a riscoprire in quali ambiti e fino a quale punto eri bravo, così, per ricordartelo, come fare l'inventario di te stesso, perché sei quello che fai.
Potendo scegliere ho vissuto come vivrebbe una scatola piena di bicchieri di cristallo con la scritta fragile sul fianco. Io... l'orso fragile... c'è da ridere. In quale film la fragilità passa come una cosa da duri? Ah, sì, ci sono! The Departed, quando la psicologa gnocca dice a Di Caprio “Devo riconoscere che la tua fragilità mi mette a disagio”. Lui annuisce, con la faccia da duro. Durissimo, Di Caprio, in quel film. Febbricitante, intenso.

Ho usato la faccia di Di Caprio in The Departed per sentirmi un duro ogni qualvolta mi abbisognasse.

Tutto questo l'anno scorso.
E quest'anno è un'altra storia, grossomodo. Ho oziato, questo sì. Ho oziato in un ozio ozioso, sfacciatamente accidioso, beatamente indolente; mi son dato all'ignavia dell'eremita e all'inerzia del naufrago nella brezza azzurrina delle mattine ancora fresche, nell'afa soporifera del primo pomeriggio, nelle sere dense di zanzare e tutto il resto.
Quindi di nuovo in auto verso sud sull'asfalto impazzito di sole, di nuovo col braccio spenzolante fuori e l'audio-libro di Caos Calmo invece degli Iron Maiden nello stereo della macchina; i posti sono sempre meno incontaminati e i granchi sempre più timidi e rari, e gli unici ricci commestibili li trovi sul banco della pescheria; ma i fondali sono ancora spaziosi, e talvolta avvolgenti coi loro echi bassi, subacquei, ovattati e pieni di tutte le tonalità dei verdi oscuri e degli azzurri freddi; e dentro le grotte l'acqua e deliziosamente gelida. Ma ogni tanto bisogna pur respirare, e quindi si torna a galla.

A galla e a tutta quella realtà materica, luminosa, rumorosa, affollata che in fondo in fondo è la vita là fuori.



"La sensazione della perdita sembrava più reale se filtrata attraverso gli occhi degli altri"

(Jay McInerney, Terzo incomodo)

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