mercoledì 10 agosto 2011

Quando arrivano i nostri




Che lungo la costa ionica del Salento ci siano molto posti che considero speciali è una cosa che mi avrete sentito dire un milione di volte, mi pare; e che i miei preferiti siano piuttosto a sud, pure. Posti speciali per me, s’intende, per il valore affettivo eccetera, per via dei miei primi tuffi da ragazzino, le prime nuotate e via dicendo, cose così. Oltre a questo sono anche luoghi molto belli, per la verità. 

Per arrivarci mi faccio mezz’ora di macchina sotto il sole a picco; una volta lì cerco un posto in cui infrattare l’auto, un buco tra le frasche, uno sterrato tra le sterpaglie, possibilmente all’ombra, chiudo ben bene gli sportelli, infine scavalco il guard-rail arroventato e proseguo a piedi. Percorro un par di centinaia di metri in discesa, tra sassi preistorici malsicuri ed erba secca che quando non si sbriciola morde; oltrepasso fichi d’india riarsi, rovi amarissimi, spini e muri a secco e una volta arrivato in riva grondo sudore e ho graffi dal ginocchio in giù; a volte i graffi bruciano per tutta la mattinata e i piedi dolgono, ma perlopiù non me ne curo. L'entrata in acqua non è agevole, di solito bisogna saltare; e per risalire bisogna arrampicarsi; è tutto un lavoro di muscoli e bestemmie, uno spasso, insomma. Sarò matto, ma mi piace così, mi piacciono i posti deserti, per questo è necessario che siano scomodi; se fossero comodi da raggiungere non sarebbero deserti.

Questa l’idea; ai fatti, però, gli unici posti in cui la gente davvero non va sono quelli in cui non posso andare nemmeno io.

Infatti non sono arrivato neppure a metà strada che già vedo spuntare, da dietro una roccia, da dietro la mia roccia, un stupida canna da pesca che se ne sta lì, come un taglio obliquo tra gli scogli e il cielo. Ieri non c’era. Un pescatore mattiniero, penso; uno di qui. Non lo vedo perché se ne sta intanato fuori vista, ma me lo figuro anziano, la camicia a maniche corte aperta sul ventre ad anguria, il cappello di paglia calzato sul testone pelato e tutto il resto.

Con disappunto cambio destinazione, cammino ancora; finalmente trovo una lastra di pietra ampia e piuttosto liscia, devo riconoscere che ha l’aria molto più comoda dello scoglio soffiatomi dal pescatore mattiniero; stai a vedere che lo stronzone m’ha fatto un favore, mi dico.
Non c’è nemmeno un filo d’ombra. Stendo il telo, mi libero dei pochi vestiti zuppi e dopo una rapida occhiata attorno mi tolgo anche il costume. Non è un segreto che, laddove le condizioni di privacy lo consentano, ami prendere il bagno nudo. Lungi da me voler offrire una immagine sexy, so bene di non avere il fisico del Bronzo di Riace anche se per la maggior parte del tempo preferisco crederlo. E visto l'impegno profuso nel cercarmi un posto appartato, mi si dispensi quantomeno dal sospetto di esibizionismo.
Me la prendo comoda, leggo qualche pagina, poi decido di fare il primo tuffo. Da lì non posso entrare direttamente in acqua, il fondale è pieno di buche e alghe e non lo conosco abbastanza bene. Però poco oltre c’è uno scoglio ad aggetto e subito sotto l’acqua è profonda. Lo raggiungo con quattro saltelli, mi isso.

E la barca è lì.

Ad occhio saranno una quindicina di metri di plastica bianca e blu; lo yatch (questo yatch) è ancorato ad una distanza di molto inferiore ai 300 metri imposti dalla Guardia Costiera, un limite inteso a salvaguardare la sicurezza di chi è in mare a corpo libero e preferirebbe non essere investito o peggio. Ma quella a bordo è gente abituata a fare quel cazzo che gli pare, mi dico. Al di sopra di un certo status sociale l’arroganza non è più nemmeno un lusso: è un Diritto Divino.

Sul ponte spunta una coppia: lui è anzianotto, calvo, scuro di pelle; lei è giovane, biondo-ricciuta, la pelle ambrata. Sono carini, fanno tenerezza: è proprio vero che l’amore non ha età.

Si sarà capito: non mi va giù questa moda di portare le proprie barche così vicine alla costa; non è solo questione di legalità (la quale dovrebbe bastare, di per sé) è che proprio non capisco. Non ci arrivo. Se io avessi uno yatch o giù di lì immagino che lo userei per superare il limite fisico imposto dalla mia capacità di nuoto. Me ne andrei in alto mare, dove l’acqua è pulita, fresca, inquieta, me ne andrei a pescare, me ne andrei affanculo, insomma, di sicuro non farei le stesse cose che potrei fare per mezzo di un’automobile parcheggiata a bordo strada e una camminata sotto il sole.

Prevedo la tua obiezione, signor Proprietario di Yatch. Vuoi dirmi che non puoi essere discriminato per via dei tuoi miliardi; e anche tu, in fondo, hai paura di annegare, non sia mai detto, per non parlare della paura degli squali che ha la tua amica. Per questa ragione, barca o non barca, preferisci non allontanarti troppo dalla terraferma. E poi andiamo, nessuno può dirti quello che puoi o non puoi fare, giusto? Tantomeno qui in Terrònia, tantomeno la Guardia Costiera, di cui, fino a prova contraria, non se ne vede manco l’ombra. Per cui, se non mi spiace, te ne starai lì, svaccato e comodo fino a quando ne avrai voglia tu.

Un rompicoglioni è, per definizione, qualcuno che ti priva della tua privacy senza farti compagnia. Esattamente il caso in oggetto. E mentre penso a queste cose sono ancora in piedi, sullo strapuntino di roccia, e per la verità mi sono anche dimenticato di non essere coperto. I due signori a bordo hanno smesso di affaccendarsi con le cime e tutto il resto, e sembrano aver l’intenzione di prendere un poco di sole; lui si lascia andare come morto a pancia in giù, mi porge la nuca lucida. Lei invece non si da pace, forse la liscia superficie del ponte non è abbastanza liscia per la sua pelle delicata; o forse sta solo cercando di stabilire se sia già il momento di togliersi il pezzo di sopra del costume, lo fanno sempre, lo fanno tutte, è solo questione di tempo. Contorcendosi e dimenandosi in cerca di una posizione, la bionda, per caso, si volta nella mia direzione e mi vede. Ha un sussulto, come non s’aspettasse di trovare anima viva in quel particolare angolo di mondo. Si china verso il testone glabro di lui. Lui si scuote, rizza la testa, inforca gli occhiali da sole e guarda verso di me. Per qualche secondo mi fissano entrambi. Immagino il dialogo:

- Ma… Papi, quello lì è…. è nudo?
- Fottuto maniaco! E proprio davanti alla mia barca.
- Oh, Papi… ho tanta paura!

Ricambio lo sguardo, le mie innocue intimità bianchicce in pieno sole, quasi una sfida. Loro stornano lo sguardo, forse parlottano, infine si spalmano ben bene, finalmente pure lei pare aver trovato requie. Mi butto in acqua.

La ragazza ricciuta non è più intimidita dalla prossimità di un indigeno, e come da copione non tarda a liberarsi dal pezzo superiore del costume. Non voglio pensare ad una provocazione deliberata, probabilmente dopo il primo esame mi ha classificato come inoffensiva e poco gradevole parte del paesaggio. Ha i seni chiarissimi. Lui resta disteso e indifferente. Lei pare voglia risvegliarlo dal coma, ci prova, almeno. Gli si strofina tutta addosso. Siccome sono maligno - e fottuto maniaco - mi piace pensare che lei stia seguendo le istruzione di un programma, mi immagino gli accordi precedenti: "Io ti porto in barca, bella, e tu in cambio dovrai essere carina con me, ma tipo come se ti piacesse! Dai, proviamo! Lei gli preme le tette contro le scapole ma lui non fa una piega, forse è morto. Lei gli accarezza la pelata, con tenerezza. Lui niente. Questo è amore, sghignazzo. Amore vero. Sono proprio cattivo.

Mi tuffo, dunque, e mi metto a fare il morto. Mi riesce bene, sembro morto per davvero. E infatti ogni tanto muovo le braccia e lancio uno spruzzo d’acqua per evitare che qualcuno, vedendomi galleggiare inerte s’impressioni. Potrei stare così per ore, gli occhi chiusi, il sole in faccia. Spruzzo un lungo, sottile getto d’acqua salata, un arco perfetto nel sole. Per qualche ragione mi torna in mente una prostituta incontrata su Viale Europa, una notte che m’ero fermato a fare rifornimento. Mi si era avvicinata ancheggiando, la pelle nera, i tacchi altissimi. Mi aveva parlato e anche se non avevo capito una sola parola avevo fatto no con la testa. Lei m'aveva sorriso a denti stretti, si era voltata e, sempre a denti stretti, aveva sputato lontano. Non uno sputo normale, bensì un getto sottile e bianchiccio, a dirla tutta uno schifo. Da buon egocentrico, sulle prime m’ero sentito causa di quell’effetto, lo sputo come rispostaccia al mio diniego; invece doveva trattarsi di tic, perché stava ancora sputando, mentre io uscivo dalla stazione di servizio: lanciava archi perfetti che sparivano sulle aiuole a bordo strada. 

Mi distoglie un ronzio subacqueo. Alzo la testa e vedo arrivare un due motori, con a bordo non una famiglia ma una intera fottuta dinastia, tutti a pelle nuda, strizzati nei costumi, uomini, donne, bambini; sono così vicini che posso vedere la crema protettiva rapprendersi sulle spalle rattrappite della nonna. Il capofamiglia ha un berretto azzurro e sorride felice, tiene tutto sotto controllo, lui; manovra il timone, si avvicina allo Yatch, e per non sbagliare lo supera. Tra poco, in questo mio angolo solitario, saremo così tanti che potremo dare una festa. In breve compaiono maschere e boccagli, i più giovani indossano l’armamentario, pure le pinne, e si lanciano in acqua con grida di festa, come viene viene. Nuotano verso riva, verso di me. 

E il mio costume è ancora sul sasso, dove l’ho lasciato. Risalirò, mi dico. Ma nel risalire a culo nudo, bianco come la luna, la nonna mi vedrà, il capofamiglia mi vedrà, le donne copriranno con la mano gli occhi dei loro pargoli e tutto sommato chi se ne frega, cazzo! Non sono io quello fuori posto. Esco dall’acqua, e anche se non vorrei mi affretto. I ragazzi con la maschera e le pinne stanno già ansimando dai loro boccagli, e come squali snuotazzano ai piedi del mio scoglio, Dio sa cosa stiano cercando.

Forse dovrei andarmene, cambiare posto. Invece mi rimetto a leggere Il giovane Holden. Fa troppo caldo per rimettersi in cammino, prendere l’auto, cercare altrove. Addio abbronzatura integrale, e dire che ci tenevo tanto. 

Il sole si sposta tirandosi dietro le ore del giorno e le barche ancorate non fanno che aumentare di numero. Poco dopo l'ora di pranzo ce ne sono decine vicine l'una all'altra, mi piange il cuore, appena vent'anni fa non era mica così, perbacco. E immancabili, cominciano ad arrivare a riva le schifezze, non solo i nuotatori con le pinne, ma anche grappoli di schiuma da scappamento, un tappo di sughero, l'incarto di una merendina, un sacchetto di carta del pane. Gli inevitabili scarti dei bivacchi. Mancano gli stronzi galleggianti, possibile che nessuno di quegli educati turisti abbia avuto necessità di evacuare? Ecco a cosa ti serve un motoscafo: a smerdare da una direzione diversa dal solito. Vi odio tutti. Nonna compresa.

* * *

La Guardia Costiera arriva verso le cinque, del tutto a sorpresa. Io m’ero quasi appisolato, o forse ero mezzo svenuto per via del sole, vai a sapere. In ogni caso, alzo la testa e vedo la motovedetta procedere adagio nell’arcipelago di barche. Alzo le braccia al cielo e grido: Grandi! I due Guardacoste a bordo, controluce, sono due sagome nere, come gli omini dei segnali stradali. Gesticolano verso il primo yacht, l'uomo pelato è risorto come Lazzaro. La ragazza, certamente infastidita da quel sopruso da parte delle autorità, punta contro di loro le sue tettine, e chissà, mi domando, se dentro la sua adorabile testina ricciuta non si stiano agitando torbide fantasie d’arresto. Nella mia sì. L'uomo pelato traffica, si sposta a prua, leva l'ancora con gesti pesanti. Poi tocca alla famiglia del motoscafo, diventano tutti solleciti, i motori borbottano, chi s'era lanciato in acqua si arrampica a bordo annaspando.

Mentre la motovedetta della Guardia Costiera ronza come una leonessa nella savana, ad una ad una tutte le barche, le barchette, i motoscafi si allontanano lasciandosi dietro autostrade di spuma. Ci vogliono una ventina di minuti prima che l'azione di bonifica si concluda; in breve resto l'unica cosa viva nel raggio di centinaia di metri. E c'è ancora un po' di sole. E benché non ami gioire delle rogne altrui, sorrido mi seggo su uno scoglio basso coi piedi in acqua.

Qualcosa mi tocca l'alluce. Un granchio fuori di testa, penso. Un paguro? O forse un pesciolino curioso?

No, è un pezzo di cellophane. Un fottuto pezzo di cellophane. Rettangolare.









2 commenti:

  1. grande ale! grazie anche delle foto a testimonianza dell'accaduto e delle tettine. Cavolo, invidio la tua voglia di natura a tutti i costi, io non ci riuscirei. Ciao mitico io mi dimeno fra i 40 gradi e ora il vento che ti porta via...

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  2. C'è molto vento anche qui. Ho rischiato di rimanerci secco sugli scogli, solo perché ero troppo FIGO per non buttarmi nel mare agitato. Ma col mare non si scherza, specie sugli scogli. Ho un taglio sotto il piede, le rocce possono essere affilate come rasoi...

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