giovedì 11 agosto 2011

Sette Santi




L'estate del 1993 fu caratterizzato da quella vaga ansia anticipatoria che precede un viaggio. Dopo l’inaspettato voto brillante della maturità in famiglia girava voce che avrei fatto Architettura a Firenze, e benché avessi sostenuto pure il test d'ammissione, tutta quella faccenda dell'Università continuava a sembrarmi irreale e lontana, come riguardasse altri. Poi una mattina, non ricordo più in che modo, io e mio padre venimmo a sapere che avevo passato il test di ammissione, e di colpo Firenze, l'Università, Tutto Quanto divennero una realtà precipite. E non avevo un alloggio, non ancora. Mio padre si mise al telefono per tutta una mattinata, interpellando varie sue conoscenze, soprattutto colleghi ed ex allievi che erano andati a studiare lì, ma presto fu chiaro che avevamo sottovalutato la questione. Dopo numerosi tentativi a vuoto, però, riuscì a trovare un posto letto ancora disponibile, forse non un granché, mi disse, ma meglio di niente: si trattava di una stanza in un convitto di Frati Servi di Maria.


- E sono pure ateo... - avevo buttato lì. Lui mi aveva ignorato, non una novità.


Mi spiegò d'aver parlato al telefono con un signore che si era presentato come Lorenzo. Lorenzo gli aveva detto che il posto ci sarebbe stato ma che loro, nel convitto di Sette Santi, non erano abituati ad accettare un nuovo inquilino senza prima averlo conosciuto. Bisognava assicurarsi che fossi un ragazzo a posto, adatto all’ambiente, insomma, non era cosa da poco. Bisognava andare lì, farsi annusare, non si poteva fissare il posto per telefono. Siccome quella stanza ci serviva, non ci parve il caso di discutere e in ogni caso quella ostentata selettività doveva essere sembrata rassicurante, almeno a mio padre. C'era da capirlo: il suo inaffidabile trasognato e immaturo primogenito stava per lasciare per la prima volta la casa natia, tanto meglio se fosse andato a vivere in un posto in cui non prendevano il primo drogato che passava da lì. 

Papà decise di anticipare la partenza e non volendo lasciar nulla di intentato mi spedì dal parrucchiere; il quale mi fece un sacco di domande e un imbarazzante taglio da bravo ragazzo, con la riga di lato. Dopo i capelli fu la volta dei vestiti, e anche questi, nell'insieme, intesi a conferirmi un'aria da bravo ragazzo. La notte successiva io e mio padre eravamo in treno, infagottati scomodi ciascuno nella propria cuccetta dandoci le spalle e tenendoci il muso, come facevamo tutte le volte che trascorrevamo insieme più di venti minuti.


Dal canto mio tardavo ad addormentarmi. Avevo sopportato il rituale di quel ridicolo travestimento da-bravo-ragazzo con la stessa pazienza con cui le montagne più alte sopportano le nevi perenni. Di lì a qualche giorno, pensavo, avrei avuto modo di pettinarmi come avessi voluto, e sarebbe stato solo l'inizio. Avrei condotto una vita indipendente, mi dicevo. Avrei fatto le mie scelte, avuto i miei orari. Ero alle soglie dell'ignoto, stavo per superare le Colonne di Ercole, mi si spalancava davanti un oceano di opportunità, una nuova vita. Ogni volta che ci pensavo, avvertivo un vuoto allo stomaco. Ero ottimista: fino a quel punto me l’ero cavata alla grande, mi dicevo. Il voto della maturità mi aveva fruttato un sacco di celebrazioni, e avevo passato il test d'ammissione a primo colpo - due miei amici non ce l'avevano fatta. Ero autorizzato, per la prima volta in vita mia, a sentirmi un vincente? Magari sì. E forse nel contesto giusto lo sarei diventato per davvero.


Ma mentre il treno sferragliava nella notte, a togliermi il sonno non era solo l'eccitazione per l'epocale cambiamento. Sapevo quello che stavo realmente facendo: stavo fuggendo da casa. Non andavo fiero di quel pensiero, ma era la verità. Stavo cercando scampo dallo sguardo eternamente disapprovante dell'uomo che dormiva nella cuccetta alle mie spalle. E lo stavo facendo nell'unico modo in cui sarei stato capace di farlo: innanzitutto coi suoi soldi, e poi, naturalmente, da bravo ragazzo. Quella pettinatura, tutto sommato, me l'ero meritata.


* * * 


Il convitto era una costruzione oblunga di tre piani attigua alla chiesa dei Sette Santi. Dalla strada era visibile una parete uniforme con file di finestre identiche. Erano le otto e mezza di mattina quando attraversammo il cancello di ferro battuto e Lorenzo ci venne incontro come una sagoma in bianco e nero incollata su uno sfondo a colori. Fui deluso innanzitutto dal suo aspetto dimesso: mi ero aspettato un uomo all'altezza delle sue pretese verso il prossimo, invece mi si presentava un vecchietto curvo con la pelle diafana e una polo verde chiusa fino al collo; il completo grigio che indossava doveva essere più vecchio di me. Poi non mi considerò granché, altro che valutarmi. Mi diede una stretta di mano molle e sbrigativa e saluto mio padre con deferenza. Infine ci fece strada attraverso il cortile fino alla bocca scura del portone d'ingresso.


Il piano terra ospitava la portineria, ci spiegò, indicando l'angusta guardiola. Ci disse anche che le telefonate in entrata sarebbero passate dal centralino, e passare le chiamate ai piani era una delle sue mansioni, sottolineò: per le chiamate in uscita gli ospiti avevano a disposizione ben due telefoni a schede. Dal piano terra si entrava anche direttamente in chiesa, ci disse con tono rassicurante, come prevedendo che avessi avuto bisogno di una confessione nel cuore della notte. Aggiunse che naturalmente, trattandosi di un convento, ci sarebbero state alcune regole alle quali un bravo ragazzo come me non avrebbe faticato ad adeguarsi. La prima: non erano ammesse visite femminili, nemmeno di giorno. Per la verità anche le visite maschili non erano incoraggiate. In secondo luogo, ci disse, indicando il portone da cui eravamo appena entrati, la portineria restava aperta fino a mezzanotte; a mezzanotte e un minuto il portone sarebbe stato sprangato e così sarebbe rimasto fino alle sei del giorno successivo, senza eccezioni.  


- E se qualcuno resta fuori? - avevo domandato, guadagnandomi un'occhiataccia da parte di mio padre. 

- Ma no! - disse Lorenzo - Chi rientra prima di mezzanotte non resta fuori! 

Entrammo in ascensore. Era un cubicolo rivestito di formica blu nel quale in tre ci si stava appena. Lorenzo premette il tasto 2. Il primo piano era occupato dai pochi frati superstiti e non ci interessava, disse Lorenzo. L'ascensore si scrollò e prese a salire con l'energia di un novantenne che affronta le scale. Arrancò nella sua scalata, infine si fermò con uno scossone di sollievo. Le porte si aprirono su un corridoio che pareva uscito da un film di Dario Argento, per esempio Phenomena, quando la Connely ha le sue crisi di sonnambulismo. Qualche anno dopo avrei scritto un racconto su uno studente omicida, ambientandone buona parte in quel corridoio. 


Pareti bianche, porte marroni, numerate, un’impalpabile corrente di desolazione, subdola come uno spiffero. 


Lorenzo ci spiegò che tutto il secondo piano e tutto il terzo piano erano a disposizione dei ragazzi. Su ciascun piano c'era una cucina. Ce la fece vedere. Era una stanzetta quadrata, piastrellata di bianco e conteneva un cucinotto a gas solitario e un lavabo a due vasche; c'era un frigo e al centro della stanza un tavolo col piano di formica verde ed esili gambe di metallo con la cromatura scrostata. 


Siccome Lorenzo si rivolgeva sempre a mio padre, non a me, io non lo stavo praticamente più a sentire. Dentro di me aggiornavo i miei arditi sogni da fuggiasco, che fino a poco prima avevo ambientato in luoghi molto più allegri e appena più vivaci. 


Preceduti da Lorenzo eravamo infine arrivati in fondo al corridoio, fermandoci davanti alla porta numero 10. Sotto la targhetta del numero c'era una seconda targa più grande, di alluminio sbalzato, come quelle delle auto: riportava il nome Boris. 


Questa? - domandai, indicando la targa.

- E' Boris... - rispose Lorenzo - il ragazzo che abita qui.

- Ma è una stanza doppia?

- Sì - disse Lorenzo, trafficando col suo mazzo di chiavi. Aggiunse che in doppia, insieme a Boris, mi sarei trovato benissimo. Il ragazzo faceva Architettura, come me. Mi sarebbe piaciuto.


- Noi eravamo interessanti ad una singola - gli ricordò mio padre. Era ciò di cui avevano parlato al telefono meno di ventiquattro ore prima. Lorenzo per tutta risposta vagheggiò che in effetti ci sarebbe stata una camera singola, era quella alle nostre spalle, sull'altro lato del corridoio, la numero 11. 


- Ed è disponibile? - chiese mio padre. 

- No - rispose Lorenzo. - Cioè, l'inquilino è andato via, però... - rimase vago. 

- Possiamo vederla? - chiesi. 


Acconsentì palesemente controvoglia. Così, prima di mettere piede nella stanza numero 10, la doppia con Boris, ci lasciò dare un’occhiata alla 11. 


C'era un finestra con gli scuri accostati e una lampadina ad incandescenza che pendeva solitaria dal centro del soffitto altissimo. I mobili vecchi e malmessi consistevano in una scrivania, un nudo materasso d'epoca, un armadio ad anta singola e nemmeno una sedia. Sembrava la stanza di uno ospizio appena sgombrata dai parenti del defunto. 


Comunque non mi dispiaceva. L'avrei sistemata io. Dissi a Lorenzo che la 11 mi andava benissimo, potevo averne le chiavi? Lui, sempre più sul vago prese a favoleggiare di non meglio precisate procedure di assegnazione, lasciando intendere che non fosse cosa da prendere alla leggera, si sarebbe dovuto valutarevedere, sentire... forse qualche altro ragazzo, uno con problemi, ne avrebbe avuto bisogno più di me. Ma, ci assicurava, avrebbe fatto del suo meglio per accelerare i tempi, avrebbe personalmente parlato con i Frati, avrebbe messo una buona parola eccetera. Mi esortava alla pazienza. 


Solo alcune settimane dopo avrei saputo, da altri inquilini, che quelle complicazioni semplicemente non esistevano. Assegnare le stanze a sua discrezione era il modo in cui Lorenzo, ad ogni occasione, tentava di esercitare una autorità di cui nessuno lo aveva mai investito; esattamente come quella faccenda di selezionare con cura gli ospiti entranti.


Nell'anno successivo ne avrei sentite molte altre, su quello strambo individuo. La mia preferita è quella relativa all'abitudine di Lorenzo di non passare le telefonate agli inquilini, quando queste provenivano da esponenti del sesso femminile. Non avrebbe permesso a quelle puttanelle di rovinare i sui ragazzi.


Quella mattina, però, né io né mio padre sapevamo di avere a che fare con un portinaio affetto da manie di controllo, così prendemmo per buone le sue stronzate. L'importante era essere a bordo, ci sarebbe stato tempo per i dettagli.


Mentre Lorenzo continuava a cianciare rivolgendosi sempre e soltanto a mio padre, un mobile basso e di strana foggia attrasse la mia attenzione: era una cassettiera poco profonda e color marrone come il resto del mobilio; lungo la base c'era una infelice sporgenza di una ventina di centimetri.


- Non sarà mica un inginocchiatoio! - dissi.  

- Sì, - disse Lorenzo. - Siamo in un convento. - Aggiunse, quasi offeso. La visita era finita e ci fece cenno di seguirlo fuori. Prima di uscire mi avvicinai all'armadio e lo aprii, non mi interessava il contenuto, lo feci solo per indispettire Lorenzo. Sul lato interno dell'anta era stata fissata, con una puntina da disegno, una fotografia in bianco e nero di trenta centimetri per lato. Era un primissimo piano di Marcellino, l'espressione patetica, gli occhi languidi al cielo. Oh, Cristo! pensai. Probabilmente era la stessa cosa che stava pensando il bambino nella foto. Il vecchio inquilino doveva essere stato il pupillo di Lorenzo, se si teneva in armadio una foto simile. Guardai mio padre, che era inespressivo. Poi Lorenzo, che sembrava compiaciuto. Per qualche secondo nessuno parlò.


* * *


Lasciammo la 11 ed entrammo quindi nella 10. La stanza di Boris era nel caos. Il caos si estendeva ben oltre la linea immaginaria che avrebbe dovuto separare la sua zona da quella del suo futuro compagno di stanza. In compenso il “mio” materasso era perlopiù sgombro. Mio padre si guardava intorno poco convinto. La stanza di Boris, coi vestiti rovesciati in giro, con le scarpe e le scartoffie disseminate a caso e con l'armadio spalancato su stoffe variopinte, era agli antipodi di qualunque cosa egli potesse immaginare consona ad uno studente. Pensai si stesse domandando se i genitori di quel Boris sapessero che il loro figliolo teneva la stanza in quel modo. Scartoffie a parte, non si vedeva nemmeno un libro, nemmeno uno. Sul tavolo c'era una portacenere col mozzicone spento di una sigaretta arrotolata a mano. Lorenzo si giustificò dicendo che il ragazzo era un po' disordinato, del resto faceva Architettura. Lorenzo assicurava che avrebbe parlato col ragazzo, appena l'avesse visto. Lorenzo disse che il ragazzo non si faceva vedere da almeno tre giorni, non era stato avvisato del mio arrivo, altrimenti avrebbe messo un po' a posto. 


- Che te ne pare? - mi chiese papà, col tono di chi ne ha abbastanza.

- Bà! - dissi io, semplicemente. 

Sulla parete accanto al suo letto Boris aveva incollato l'una accanto all'altra tutte le carte dei tarocchi, fino a formare un pannello largo un metro. Anche se mi ero già affezionato all'idea di avere, per la prima volta nella vita, una stanza tutta mia, dovevo riconoscere che quel disordine era una vivace testimonianza di vita, in contrasto con la desolazione della stanza 11. E la strana composizione di Tarocchi era sempre meglio di un poster con Marcellino, pensavo. E a farla breve accettai.

* * *


Uscimmo da Sette Santi senza parlare. Il problema dell'alloggio era risolto, anche se per certi aspetti ero deluso. D’accordo, sembrava il luogo ideale per studiare: c'erano altri studenti, tranquillità in abbondanza e un vasto giardino sul retro con tanto di campetto da calcio. Ma c'era qualcosa di deprimente, in quel luogo: un'atmosfera claustrale e sonnacchiosa che evocava studenti pallidi come fantasmi, un'aura che aveva un retrogusto polveroso di rassegnazione all'incedere del tempo. Sono entrato a Sette Santi più di trentadue anni fa, fantasticai, e da allora non riesco più ad andarmene...


Anche mio padre era deluso? Anche fosse, non me l’avrebbe confessato.

Uscimmo dal cortile, dirigendoci alla fermata del Diciassette, dall'altro lato di Viale dei Mille. I miei bagagli erano ancora in stazione ma alle dieci del mattino era troppo presto per andarli a ritirare. Passammo il resto della giornata a sbrigare le pratiche per l'iscrizione e altre cose, scarpinando un sacco. Durante il pomeriggio decidemmo che io sarei potuto rimanere a Firenze, tanto per ambientarmi un po'. Quanto a lui sarebbe ripartito quella stessa sera. Andammo in stazione a fare il biglietto e siccome c'era tempo, disse che mi avrebbe dato una mano a portare le valigie fino a Sette Santi. Prendemmo di nuovo il Diciassette.

Ci sedemmo ai lati opposti. Stava facendo buio ed io guardavo fuori dal finestrino scuro, mettendo a fuoco ora il mio riflesso ora la strade che si illuminavano dì là dal vetro, cercando forse di stabilire un legame tra le due cose, la mia faccia nel riflesso e la città ancora indecifrata poco oltre. Un susseguirsi di strade, di portoni, incroci e semafori e vetrine, scorci disuniti, privi di topografia. Un viale alberato, uguale agli altri... Quei luoghi mi sarebbero presto stati familiari, pensavo. Ci sarebbe voluto solo del tempo. Nelle ultime settimane avevo pensato a Firenze come ad un punto d'arrivo, non avevo guardato molto oltre. 

Nell'autobus sussultante mi domandai che fine avesse fatto il mio entusiasmo, quel senso di vuoto allo stomaco non proprio spiacevole che non m'aveva fatto chiudere occhio la notte prima; forse era solo la stanchezza, ma in quel momento avvertivo solo il peso di una non meglio precisata responsabilità. E qualcosa di più: un flebile, inconfessato sentore di vergogna per me stesso. Mio padre, evidentemente stanchissimo, se ne stava seduto poco lontano in quell'autobus quasi vuoto, con le mani in grembo e una delle mie valigie tra i piedi, assorto in pensieri tutti suoi. E poche ore prima il suo annuncio di volersene partire in serata m’era parsa a tutti gli effetti una buona notizia. Guardai il bravo ragazzo specchiato nel vetro, con gli occhi grandi e i capelli sulla fronte, poi l’uomo di cinquant'anni alle sue spalle; il quale sperava che suo figlio, quel gran bravo ragazzo, diventasse qualcuno.

Cercai di distrarmi con pensieri pratici. Come prima cosa avrei dovuto prepararmi il letto, naturalmente. Una scocciatura, ma sapevo come fare. Avevo le lenzuola bianche in valigia: avevo chiesto a mia madre di ricamare le mie iniziali su un angolo di ciascun lenzuolo; oggi non so dire perché ma all'epoca m'era parsa una buona idea, forse mi ero immaginato lavatrici in comune e confusione. Intanto a Sette Santi la lavatrice nemmeno c'era. Sempre a mia madre avevo chiesto delucidazioni su come e cosa stirare, qualche altra cosa gliela avrei potuta chiedere per telefono. 


A quell'ora mia madre stava preparando la cena per lei e mio fratello, apparecchiando il tavolo eccezionalmente per due. Dall’indomani avrebbe apparecchiato per tre, solo per tre. Non ci avevo mica pensato, a queste cose qua. Avevo pensato a tutto, durante quella giornata, ma poco a mia madre e ancora meno a mio fratello. Non avevo pensato a nessuno, quel giorno, tranne che alle mie esaltate fantasie di indipendenza.


Quella mia faccia specchiata nel vetro non mi stava facendo particolare simpatia.


* * * 


Infilammo le valigie nell'ascensore claustrofobico e raggiungemmo la stanza 10. Boris ancora non c'era, ma a giudicare da lievi modifiche nel frattale del suo disordine probabilmente era stato lì durante il pomeriggio, ad introdurre nuove variabili nell'equazione caotica di quella stanza.


Mio padre confermò arricciando il naso: - C'è puzza di fumo.


- Davvero? - dissi.

- Perché, tu non lo senti?

- Io non sento gli odori, papà... - dissi fiacco. Era un dato di fatto che proprio non voleva registrare. Come poteva, visto che non mi stava mai a sentire?
- Sì, va be'. Magari digli di non fumare in camera.

Certo che glielo dico, papà! - risposi. Ignoravo d'essere a pochi mesi dal diventare fumatore a mia volta.


Dovevo dirgli qualcos'altro prima che andasse? L’unica cosa che avevo in mente era che non mi andava che prendesse il bus da solo, perché se il suo stato d'animo era solo vagamente somigliante al mio…
Ma non glielo potevo dire: avrebbe pensato che mi stavo facendo prendere dalla strizza. E poi andiamo, papà non è affatto incline ad elucubrazioni così irrazionali, mi dissi, probabilmente non capirebbe. Nondimeno mi sarei sentito meglio se avessi potuto accompagnarlo alla stazione, ma sarebbe stato da pazzi. 


- Bhè, allora ciao. - mi disse. Mi diede la mano, poi ci toccammo le guance con le guance e infine anche io dissi ciao. 

- Domani ti telefono - aggiunsi. 


Lo seguii con lo sguardo mentre si allontanava tra le due file di porte chiuse. Le spalle troppo curve sotto il giubbotto chiaro, i capelli troppo grigi, il passo appesantito. Avrebbe passato un'altra notte insonne in treno, lo sapevo, prendeva la cuccetta nella speranza di dormire, ma poi nel treno non dormiva mai. 


- Prendi un taxi fino alla stazione! – gli dissi. 

- Non gridare, ché svegli tutti! - sibilò lui col suo tono di biasimo che conoscevo da quasi vent'anni, il suo tono di sempre, come nulla fosse. Non erano nemmeno le nove di sera. 


E' il solito, pensai. Il novanta percento delle frasi che mi rivolge cominciano per “non”. 


Torbidamente gliene fui grato.  


Lo vidi avviarsi per le scale e un attimo dopo non mi arrivò più nemmeno l'eco dei suoi passi. Il corridoio lungo un chilometro; le porte chiuse; una finestra già buia alle mie spalle.

  
Entrai in stanza e spalancai una delle valigie, poi cominciai a prepararmi il letto usando le lenzuola con le mie iniziali ricamate sopra.



2 commenti:

  1. Cacchio, mi hai ricordato i miei esordi universitari... tutto sommato molte cose sono in comune... città nuova, collegio religioso, insomma... molte cose che collimano...
    Mi ricordo anche che prima di andare in collegio passai da un altro collogio/convento proprio attaccato ad una chiesa (si parla di Genova) e lì mi aveva accolto la TRISTEZZA SOVRANA che tu hai saputo descrivere benissimo...

    La cosa che cambia tra le nostre storie è che poi tu in quella città ci sei rimasto e ti sei pure laureato... Io, a Genova, non ho fatto nessuna delle due cose...

    Etto

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  2. mi piace mi piace mi piace, aspetto impaziente il prosieguo. Io sono fissato per le biografie, in questo caso per come ricordi e scrivi della tua vita passata e te l'ho già detto. A proposito del precedente post, io restando in territorio fiorentino avrei parlato di "pipe" (è' piu' adatto per gente di una certa classe).Parlerei ore ed ore di questo interessante argomento, ma devo andare. ciao

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