domenica 23 ottobre 2011

Carlo

Questo è Carlo, mio fratello. Non sono io. Io ho fatto la foto.

Attualmente Carlo ha il ruolo di chitarrista principale in una Tribute Band di Vasco Rossi chiamata Quelli che il Blasco. Il 20 ottobre scorso la Band si è esibita in un locale di Prato (PO) chiamato “Dammi un bacino”, un piccolo pub il cui improbabile nome omaggia in modo esplicito Caruso Pascosky, ma rende molto imbarazzante chiedere ad un passante informazioni su come raggiungerlo. Meglio programmare il navigatore su “Via Bologna 201, Prato (PO)”.
L’esibizione era prevista per le 22.00, e avrebbe inaugurato non solo l’ingresso di Carlo nella Band ma anche la nuova saletta interna del locale. Uscito dal lavoro pregustavo la serata: non avevo mai sentito Carlo così entusiasta dei risultati in sala prove; inoltre la leggenda vuole che le canzoni di Vasco piacciano alle tipe, mi immaginavo un pub ricolmo di ragazze appena maggiorenni ed esaltate, rese vulnerabili e languide dai brani più romantici. Probabilmente sarei stato il più anziano avventore, mi avrebbero salutato (se pure l’avessero fatto) con buonasera, e mi avrebbero dato del lei, e non avrebbero capito il mio umorismo obsoleto né la prominenza del mio addome, ma immaginavo che un tentativo lo si sarebbe potuto fare comunque. Un tentativo di cosa? Non ne avevo idea.
Alle 18:20 ero a casa e stavo cercando di ricordare dove fosse la mia maglietta dello Staff Tecnico di Vasco Rossi, trofeo di una notte da facchino di mille anni fa. Avevo quella di Baglioni, quella di Gino Paoli…
Alle 18:30 il mio cellulare ha squillato. Dall’altra parte c’era Carlo e aveva un diavolo per capello era molto arrabbiato. La serata era stata annullata.
- Come annullata? – ho chiesto, in mutande.
Tra una Madonna e un Tutti i Santi, Carlo mi ha spiegato che il cantante era a letto con la febbre alta, non sarebbe stato in condizioni di cantare. Tuttavia il gestore del locale aveva supplicato in ginocchio la Band di presentarsi ugualmente, senza il cantante e… fare qualcosa, qualunque cosa… intrattenere il pubblico in qualche modo. Forse avrebbe potuto cantare qualcuno di loro, no? Magari avevano in repertorio un certo numero di brani strumentali, no? Ci sono stati attimi di panico nei quali si è persino preso in considerazione l’idea di far cantare Carlo. Non che Carlo canti male, anzi… solo che non aveva preparato i brani, non conosceva a memoria tutti i testi. E Carlo non aveva intenzione di cantare, ma alla disperata anche sì: sentendosi responsabilizzato non avrebbe mai permesso che la serata andasse in vacca per un suo rifiuto e stava quindi valutando di provarci comunque, a cantare lui, magari aiutandosi con dei testi stampati. In fondo le canzoni di Vasco ce le abbiamo dentro da tutta una vita, no?
Ad ogni modo, diceva lui, sarebbe stata una serata di merda, avrebbero fatto un figura di merda, quindi avrei fatto meglio a risparmiarmi l’autostrada e starmene a casa, che in quelle condizioni meno testimoni c’erano meglio era, altro che fotografie e tutto il merdoso resto. E poi altre Madonne. E ancora Santi, tutti a far la coda col numerino in mano.
Ho riattaccato, mi sono cambiato e sono partito per Prato. Figuriamoci se lo lasciavo solo coi suoi diavoli nei capelli.
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Quella di mio fratello per la chitarra è molto più di una passione: è, in effetti, una malattia, particolarmente perniciosa, peraltro. Nessuno si domanda più che cosa provi nell'imbracciare il suo strumento e dargli voce: semmai ci si chiede cosa provi durante il resto del tempo, quando il lavoro o il semplice fatto di dover andare a letto lo obbligano a staccarsene. In quelle occasioni appare come incompleto, persino vagamente sbilanciato dallo spostamento del centro di gravità della sua fisionomia.
Per lui il lavoro non è la ragione di vita: il lavoro è una fortificazione obbligatoria eretta a difesa del suo tempo libero, una cinta muraria che contiene case, persone, bestiame e ogni altro genere di seccature, inclusa la sua fidanzata, affinché tutto l'insieme gli stia fuori dalle palle mentre lui scorrazza per i campi d'attorno come un menestrello haevy metal fuori di testa. Durante il suo tempo libero, in base ai periodi, si dedica in egual misura a 1) suonare la chitarra in modo forsennato, come se non ci fosse un domani, oppure 2) smontare uno dei suoi numerosi pedali e/o amplificatori, e per mezzo di cacciavite, saldatore, schemi elettrici scaricati da internet e Dio so sa cos'altro, apportare una qualche imperscrutabile messa a punto senza la quale, dice lui, è impossibile ottenere quel particolare suono. Quel particolare suono dipende dalle circostanze e dal genere musicale al quale si sta dedicando in quel dato periodo. La messa a punto in questione può richiedere giorni, ma anche settimane, e non di rado chiama in causa i soliti Santi e le solite Madonne.

* * *
L’annunciato annullamento della serata costituisce il motivo per il quale, dell’esibizione del 20 ottobre al Dammi un bacino, non esiste alcuna documentazione fotografica né registrazioni video, eccetto quest'unica testimonianza. Perché alla fine, contro ogni aspettativa, la serata c’è stata, eccome; sia pure ad un ora così tarda da costringermi ad andar via prima della fine. Dovete comprendere che io stavo andando lì con l’intento di consolarlo: avrei ascoltato i suoi vaffanculo, e gli avrei eventualmente dato una mano a ricaricare in macchina la pesante attrezzatura che si porta dietro quando suona.
Ero sulla A1 all’altezza di Firenze Impruneta, in preda alla rozzezza musicale in formato mp3 dei miei brani da combattimento ricavati dai film che amo, quando ho ricevuto la chiamata della fidanzata di Carlo. Per semplicità la chiameremo Antonella. Antonella mi avvisava che il cantante ci sarebbe stato, malgrado tutto. Quindi probabilmente la serata era salva. Non si poteva esserne certi al cento percento, ma…
Peccato solo che avessimo nel frattempo chiamato tutti gli amici invitati per disdire.
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Il mio orecchio non particolarmente avvezzo a certe sottigliezze musicali mi ha fatto percepire per anni e anni questa sua esigenza di approfondimento tecnico come il delirio di un folle. A ben vedere, dal punto di vista di uno che distingue a stento il suono di una chitarra da quello di una tastiera e che non ha mai ben compreso che ruolo debba avere in tutto questo un basso, era come avere a che fare con uno che sente le voci nella testa.
Per la verità era una impressione che condividevo con gli altri coinquilini: ai fatti, ci tenevamo in casa uno scienziato pazzo: capitava spesso che facesse saltare la corrente a tutto l’appartamento, limitandosi a bestemmiare non già per la cosa in sé quanto per il fatto di dover interrompere il lavoro, causa tenebra, sia pure per il tempo necessario a raggiungere il contatore facendosi luce col telefonino. Per me che nel frattempo lavoravo al computer, era una vera gioia. Naturalmente negava d’essere stato la causa del black out, colpa dell’impianto di merda, diceva.
Spesso guardavamo con preoccupazione la sua porta chiusa e ci chiedevamo quanto tempo ci sarebbe rimasto da vivere, prima dell’Esplosione Definitiva, che ci avrebbe tratti, volenti o nolenti, dai nostri affanni terreni.
Per questa ragione, quando dalla sua famosa porta chiusa sentivamo provenire solo musica, sia pure ad un volume da stadio che ci obbligava per qualche ora a comunicare a gesti, ne eravamo tutti molto ma molto sollevati. In fondo era ottima musica. In fondo.
Quando entrava a far parte di una nuova band, restava invariabilmente deluso dalla superficialità degli altri membri, e specialmente da quella del malcapitato secondo chitarrista di turno; il quale immaginava di poter sopravvivere nonostante l’enormità delle sue lacune e la sua carenza di pedali. Tra questi c’era persino chi possedeva una sola chitarra, per dire. In una occasione mio fratello ha quasi causato un divorzio, pervertendo al feticismo sonoro un onesto padre di famiglia che pensava di poter suonare per hobby, nell’angolino che si era ricavato in quel soggiorno che non aveva ancora finito di pagare.
* * *
Il cantante della Cover Band di Vasco, imbacuccato, febbricitante e madido, alla fine si è presentato comunque, e malgrado tutto sembrava in gran forma, miracoli della giovane età. Devo riconoscere che quel poco di mal di gola deve aver giovato alla sua timbrica vocale, avvicinandola ancora di più alla caratteristica voce di Vasco che tanto ci piace. I sei ragazzi del gruppo erano caldissimi, forse anche a causa del surplus di energia che quell’altalena di umori pre-esibizione doveva aver causato loro, come quando sei lì a far l’amore e lei si diverte a sottrarsi ripetutamente un istante prima che tu venga.
Dal canto suo Carlo sembrava a suo agio e probabilmente lo era sotto tutti i punti di vista, dal momento che il suo auto-giudizio dell’indomani è stato molto meno severo del solito. Sul piano tecnico aveva adottato ogni possibile accorgimento, preparando scrupolosamente i suoi assoli e arrivando a spedire a Modena il suo amplificatore Marshall, affinché Massimo Mantovani glielo ri-valvolasse esattamente come quello di Stef Burns, modifica alla quale avrebbe provveduto egli stesso di persona, se solo fosse riuscito a superare la barriera della segretezza aziendale. Pare, però, che Mantovani si sia rifiutato di parlare.
Così, tra un brano e l’altro, per qualche istante la musica ha raggiunto il suo climax espressivo, e ho visto la linea di contorno che separa la fisionomia di Carlo da quella della sua chitarra, farsi sfocata e poi sparire. In una piccola regione dello spazio, in una fascia compresa tra sei corde e dieci dita, l’alfa e l’omega hanno ritrovato l’equilibrio perfetto e io mi sono rilassato finalmente sullo schienale con la mia birra. E anche se non avevo contribuito minimamente a rendere possibile quel momento, mi sentivo orgoglioso ugualmente, e avevo la vaga sensazione che pure quella volta la missione fosse stata compiuta.
Qualunque essa sia.

* * *

Epilogo per gli esemplari appartenenti alla specie di mio fratello.
Ho chiesto a Carlo di mandarmi alcuni dati tecnici per poter rimpolpare il mio post di informazioni che mi avrebbero fatto fare la figura dell’esperto. Mi aspettavo una o due righe stitiche, scritte controvoglia mentre il saldatore acceso attendeva poco distante, e invece con ogni evidenza, ci ha goduto nell’inventariare il suo impressionante armamentario. Impressionante quantomeno per me.
Non ci provo nemmeno ad usarla come miniera di dati: la pubblico in versione integrale, sapendo che frotte di chitarristi in tutta la nazione saranno condotti fin qui da google, ed è giusto che costoro, nel caso ne siano interessati, sappiano.
Vi prego di far caso a quel "clone fatto da me".

Set Up di Carlo per Quelli che… il blasco Vasco Rossi Tribute Band
L'amplificatore è un MARSHALL JCM 900 100 W DUAL REVERB con valvole finali EL34, versione combo con 2 coni CELESTION VINTAGE 30.
Modificato ri-valvolato e messo a punto da Massimo Mantovani della M-Tech Audio di Modena (colui che fornisce e modifica gli amplificatori di chitarra per la produzione live di Vasco Rossi ed in particolare per Maurizio Solieri e Stef Burns).
La modifica di Mantovani da, in generale, un suono molto più corposo e deciso, aumenta i bassi ed elimina il suono striminzito e zanzaroso della versione originale, gli alti hanno un suono più morbido e gradevole.

* * *

La pedaliera è un sistema TRUE-BYPASS completamente programmabile via midi composta dai seguenti pedali:
MORLEY WAH BAD HORSIE Steve Vai Wah
BOSS CS2 compressore
BOSS TU2 accordatore
BOSS TR2 tremolo
IBANEZ TS9 DX overdrive
BOSS CS3 compressor
B.K. BUTLER TUBE DRIVER overdrive (clone fatto da me)
IBANEZ TS9 overdrive (modificato per avere il suono del TS 808 )
ADVANCE CAT DRIVE boost
BOSS ME 10 pedaliera multi-effetto usata principalmente come controllo midi per pilotare il tutto
ERNIE BALL VOLUME 25K
la pedaliera gestisce anche il cambio di canale dell'amplificatore sempre via midi..
quindi con un solo pedale della ME10 si possono avere diversi pedali a scelta si cambia il canale dell'amplificatore e si cambia il programma del QUADRAVERB (vedi sotto).
ALESIS QUADRAVERB multieffetto esterno collegato nel loop effetti dell'ampli per chorus delay e reverberi.
La chitarra è:
FENDER STRATOCASTER artist series JEFF BECK modificata con un pick up SEYMOUR DUNCAN JB-TB4 (per farla avvicinare a quella di Stef Burns)
rimozione del potenziometro del volume vicino alle corde per comodità di esecuzione e circuitazione adattata a un solo controllo volume e un controllo tono.
Per tutto il resto la chitarra somiglia molto come dotazione di serie a quella di Stef Burns.
Inoltre uso:
corde DUNLOP 10-46
plettri DUNLOP JAZZ III
E questo è tutto, più o meno.

1 commento:

  1. allez io ci sono, leggo tutto, ma mi riesce difficile appiccicare un commento veloce, a volte scrivo poi mi chiamano e chiudo la pagina prima di averlo inviato.
    ci dovevo essere anch'io al concerto, ma la febbre ha avuto il sopravvento e come tu sai la mia età non è più così verde, anzi diciamo che sta sfumando verso il grigietto.
    csty

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