sabato 15 ottobre 2011

La parabola del ragno


Premessa (filosofica) a mo' di scusa

Tutti noi maschietti abbiamo un lato femminile più o meno pronunciato. Io ce l’ho, lo so da anni, e anche se non me ne vanto quasi mai mi sono comunque assuefatto all’idea di essere, sotto sotto sotto, un poco femmina. La mia vita interiore è una convivenza forzata tra la brutalità razionale e nichilista del maschio cinico e sociopatico, e il romantico trasporto sentimentale e sognante di una fanciulla coi primi palpiti d’amore. Il primo si lascerebbe andare alla più sfrenata e sacrosanta misoginia verso le stronze che son troppe e quasi sempre troppo stronze. La seconda nutre una incrollabile, quasi commovente fiducia nell’intima bontà dell’Uomo, tipo Anna Frank ma senza l’alibi della giovane età. La femmina che è in me vuole credere ad ogni costo che la più grande operazione di marketing sulla quale la nostra stessa civiltà ha eretto i suoi pilastri – l’amore – possa essere una opportunità reale e non soltanto il temporaneo paravento riccamente decorato per l’opportunismo.

Ora, io ho sempre creduto che la parte di me capace dei sentimenti più delicati fosse proprio quella femminile, ma da qualche tempo mi domando - senza peraltro aver avuto risposta - se questa mia convinzione non derivi da una approssimativa concezione del tutto. Argomento complesso, sul quale mi toccherà tornare da qui ad un anno.

Sia come sia, in me è in atto da sempre un perenne armistizio basato sull’assenza di regole e la reciproca tolleranza: il lato maschile prevale per natura e domina gran parte della mia giornata: quello femminile lascia fare, mi lascia usare il telecomando, e viene fuori quando le pare. Non si può fare affidamento sulla lei che mi abita dentro. Decide lei: questo è, lo riconoscerete, molto femminile.
Prendendo per buona la mia approssimazione, direi che tale mio lato femmineo si esprime soprattutto attraverso una sensibilità a volte troppo acuta, tanto acuta da essere di tanto in tanto – e del tutto a sproposito – piuttosto dolorosa; più di una volta questo aspetto mi ha messo in imbarazzo. Il poeta che è in me in realtà è una poetessa; anche se lesbica, suppongo, visto che ella si lascia ispirare più volentieri dal fascino femminile, dall’alluce alle doppie punte e ritorno, e nutre una garbata ma ferma repulsione nei riguardi del genere maschile tutto, fatto salvo il sottoscritto.
Forse il mio caso può essere un poco più patologico di altri, ma ribadisco il concetto di fondo: tutti gli uomini hanno un lato femminile. Ci si aspetterebbe quindi che anche le donne ne abbiano uno maschile e sebbene il mio io femminile lo creda, il maschietto alfa che è in me cova seri dubbi a riguardo. Basandomi su solidi studi di mia estemporanea invenzione posso affermare che all'animo maschile un tocco di femminilità giovi assai più di quanto un minimo di mascolinità possa giovare alla donna.
Il mio lato femminile, rileggendo questo testo, trova ammirevole che il mio io maschile possa scrivere cose così patetiche anche da sobrio. E un poco ne soffre, la troia.


* * *

La parabola

In verità vi dico che stamani il mio io maschile voleva fumarsi una sigaretta, tanto per non perdere le buone abitudini: per farlo doveva uscire di casa, e aveva appena appoggiato la sua mano maschile sulla maniglia della porta, quando il mio lato femminile ha lanciato un urlo acuto.

- Che c’è? – ha chiesto il maschio che è in me.
- Guarda là! – ha detto lei, la voce come di lame che si affilano l’un l’altra.

Il mio lato maschile ha guardato verso il punto indicato: e aldilà del vetro della porta di ingresso, nell’angolo in alto a destra, c’era un piccolo mostro. Un ragno grande come un’oliva, perlopiù marrone, con zampe lunghe e piene di angoli e l’addome pallido, rigonfio di chissà cosa. E se ne stava là, quella silenziosa e pruriginosa creatura di Dio, appeso alla sua ragnatela limacciosa; penzolava lieve al vento, tutto preso, immagino, da meditazioni sul senso della vita ragnesca. Ora, non è che io di solito ami prendermela con le creature più piccole di me, anzi… non sono nemmeno aracnofobico. Il mio lato femminile, però, lo è; questo fa praticamente di me un aracnofobico.

- Ammazzalo! – dice la femmina che è in me.
- E’ una creatura di Dio! – controbatte il lato maschio che è in me, il quale lato maschio ha, a sua volta, pure lui un lato femminile e ogni tanto gli da voce in un cacofonico crescendo come di matrioske.
- Falla finita! – dice lei, col tono di una forbice che taglia corto.

Niente da fare, pensa il maschio che è in me, non si può ragionare, mi tocca ammazzare. E non certo schiacciandolo, voglio dire, non è mica una zanzara: Dio sa cosa viene fuori da quell’addome gonfio e ceruleo, se lo schiaccio. E tantomeno col fuoco e per due motivi, stavolta: intanto il ricordo di quel principio di incendio di qualche mese fa, causa invasione di formiche volanti e altri fastidiosi e solleticanti orrori; e poi una volta ci ho provato, con l’accendino, e al primo accenno di fiamma accostata a malincuore (perché non sono sadico, checché se ne dica) il ragno si è come aperto e dal suo corpo, a macchia, sono schizzati fuori ragnetti a decine, ma che dico! a centinaia, in tutte le direzioni. Dio non voglia, sulla mia porta di casa, quell’invasione di micro-alieni, già li vedo riversarsi negli interstizi tra il muro e l’infisso e sparire in quel limbo che non è dentro né fuori, per poi ricomparire, adulti e vendicativi e magari gravidi a loro volta, come minimo sul mio cuscino.
Non resta che l’insetticida, e poi non dimentichiamo che il maschio che è in me è arrivato fino a lì con l’intento di fumare, e sono passati già venti o trenta secondi e ancora non ha fumato, che cazzo.
Il maschio che è in me esce con cautela e lei lo segue: entrambi tengono gli occhi fissi sul ragno, il quale ragno, in verità, resta appeso alla porta e non si scompone. La donna che è me mi si nasconde dietro la spalla, forse teme che il ragno possa sfidare la propria natura per compiere un balzo e divorarci entrambi.
Il maschio che è in me gli spruzza addosso una quantità di insetticida tale da bucare l’ozono. Lei, la femmina, mi si schiaccia contro, non vuol guardare ma intanto guarda. E vede il ragno uscire dal suo coma placido, provare a risalire lungo la fune della sua ragnatela, per poi cedere e lasciarsi cadere sulla soglia della porta, con un tonfo organico che le strappa un gemito.

- Dio! Non vedi che soffre? Uccidilo! – dice la stronza. Poi il cattivo sarei io.

Gli verso addosso altro veleno, al ragno, non a lei (se no avrei detto le) e mi sento un poco merda. Io enorme, rispetto a lui, potrei essere Dio dal punto di vista del ragno, una impensabile ingiustizia divina che cala sopra di lui con grandissimo sdegno e furiossisima vendetta.
Il ragno annaspa e non molla. Vuole vivere. Credo di non essermi mai sentito così merda, almeno non quest'anno. Prendo la scopa, e con tardiva pietà e una dolcezza ignara dalle istanze spietate della femmina che mi abita, spingo il ragno quasi con cautela verso il lato del pavimento, dove le pietre lasciano il posto a terra e erba selvatica. Decido che se non muore non fa niente, vorrà dire che lo aspetterò in casa, e allora dovrò per forza farlo fuori, ma non adesso, dai.
Lei mi dice che non ho le palle. Le do uno schiaffo. Mi fissa con occhi astiosi.
Il ragno, rispunta fuori dalla massa erbosa, e puttanamiseria, punta proprio nella direzione da cui proviene, sta cercando di tornare esattamente verso la porta di ingresso, dov'era prima che io arrivassi, chissà quale meccanismo istintivo lo spinge a cercare rifugio verso la sua casa, quella dalla quale pendeva quando gli ho sparato addosso la mia liquida artiglieria.
Mi sento molto merda, sì. Sempre di più, col mio insetticida in mano, ma che bravo! Lei, intanto, tace. Io medito se usare altro insetticida oppure no: a questo punto è meglio che muoia, muori, dai, basta agonia, chi te lo fa fare, stupido, stupidissimo ragno.
E ancora non molla. Lo spingo di nuovo tra l’erbaccia. Stavolta non torna.

- Contenta? – domando alla stronza, la quale piange.
Non risponde. Torno dentro. E quando mezz’ora dopo esco per l’altra sigaretta, eccolo là, il ragno, ma è morto. Ora sì.
Ci ha provato un’ultima volta, a tornare verso la mia porta e la sua casa: le macchie di insetticida sono evaporate e lui è lì, sul pavimento, è schiattato a metà strada, rivoltato a pancia in su, tutte le zampe conserte, sembra l’abbia disegnato H. R. Giger.
- Mi meraviglio di te! – dice il mio lato maschile a quello femminile, che nel frattempo fuma la mia sigaretta.
- Andava fatto! – dice lei, e non aggiunge altro.

Se lo dice lei.

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