martedì 31 gennaio 2012

Camminando da fermo







"Un frattale è un oggetto geometrico che si ripete nella sua 
struttura allo stesso modo su scale diverse"

(Wikipedia, Frattale)


Qualche giorno fa, di ritorno dal lavoro sono andato in una delle palestre più vicine a casa, ho finto di informarmi su orari e costi e un istante prima di poter cambiare idea ho pagato per tutto il primo trimestre e sono scappato via. Il giorno dopo, stesso orario, ero a comprarmi i vestitini. Unico lato positivo: una commessa bionda dai modi morbidi mi ha accompagnato per tutto il tempo necessario. A forza di trattenere la pancia alla fine dello shopping ero stremato. 

Se sono contento? No. andare in palestra non è stata una vera e propria scelta, non ho deciso io, ha deciso il mio corpo. Detesto fare qualcosa perché vi sono costretto: tira fuori il peggio di me. L'alternativa, tuttavia, sarebbe stata varcare l'imminente soglia del quintale, il passo successivo quello di coprire tutti gli specchi in casa. Anche la mia già scarsa vita sociale rischiava di essere compromessa dal fatto che ormai non mi trattenevo più dal mandare affanculo tutti quelli che facevano battute sulle mia gravidanza. 

A farla breve sabato scorso ero lì. Panciuto, impacciato e strizzato nei vestitini neri arrancavo incredulo lungo una salita inesistente che mi scorreva sotto i piedi, fissando il vuoto cosmico e sperando in qualcosa di definitivo ed assolutorio come, per esempio, un meteorite. 

Mi domandavo quanto ci avrei messo a prendere a noia tutto quello sbattimento: parcheggiare, cambiarsi, camminare camminare camminare, poi docciarsi, ri-cambiarsi... e a gravarmi sull'anima era la certezza che né un solo sabato mattina, né tutti i sabato mattina a seguire sarebbero mai serviti a niente, non ero arrivato fino a lì solo per tacitare la coscienza: per perdere peso sul serio avrei dovuto elaborare un programma appena appena più intenso, sacrificare le mie preziose serate, almeno due o tre ogni settimana per... un anno? Due? Per sempre?

Gesù! Forse potevo ancora ritirare l'iscrizione.

Ho adoperato tutti i miei trucchetti mentali per auto-convincermi che passare un'oretta a fare il criceto nella ruota fosse esattamente ciò di cui avevo voglia. Uno di questi trucchetti consisteva nel proiettarmi nel futuro, pensarmi ad un anno da lì, su quello stesso tapis roulant; dal punto di vista di quel particolare quando avrei riguardato indietro di un anno a questo presente e avrei trovato risibili i miei dubbi, specialmente alla luce della riconquistata forma fisica. Che sciocco ero stato, avrei pensato di lì ad un anno, che sciocco ero stato ad aspettare così tanto prima di decidermi. E sarei atleticamente tornato dalla commessa bionda, naturalmente, e lei...

Domenica a metà mattinata ci sono tornato, in palestra, più che altro perché ero curioso di sfruttare la promettente opportunità di collegare una pen-drive al monitor diciassette pollici del tapis roulant; sul momento l'idea mi era sembrata di una bellezza mozzafiato. Avrei guardato un film mentre camminavo! Non mi sarei nemmeno accorto dei chilometri!

Ho messo su Live - ascolti record al primo colpo, uno dei pochi avi già in mio possesso. Non scarico mai film ma conosco chi lo fa, vedrò di attrezzarmi. Purtroppo nemmeno la grintosa bellezza di Eva Mendes è valsa a distrarmi da tutto quel camminare a vuoto tenendomi distratto con un film: non sfuggivo alla metafora che era trita, certo, ma non trita abbastanza da non poter più nuocere; stavo riproducendo in piccola scala il comportamento di tutta una vita, andare a vuoto, un passo alla volta, e pensare ad altro, pensare ad altro per non riconoscere che la destinazione di quel viaggio semplicemente non c'era. O se c'era io non avevo idea di quale fosse.

Poco originale, il pensiero, e tuttavia sufficiente ad ampliare i confini di quel ristagnante senso di assenza.

Così, dopo cinque chilometri durante i quali nel film non era morto ancora nessuno, ho staccato il tutto e sono andato al piano di sopra, in sala attrezzi. La sala era vasta e ben illuminata per via delle pareti vetrate.  Mi piaceva guardare da lì la città in tinte pallide e il cielo cimurroso di gennaio, il traffico fosco, le colline brizzolate, la nuvolaglia stracca e lontano, molto più lontano, guarda un po', la cupola del Duomo, come un giocattolo dimenticato da un dio bambino.

Anche la domenica mattina la palestra è affollata. L'impressione è che la gente non vada lì solo ad allenarsi,  ma tipo anche socializzare, vedersi, prendersela comoda; quanto a me non sono certo al punto di pensare che la felicità e la serenità sulle loro facce sudate sia qualcosa di più di semplice apparenza. Estranei in tuta e canottiera che si salutano tra di loro, estranei che chiacchierano tra di loro, estranei fieri di braccia e gambe e addome e poi certi culi di splendide quarantenni che lévati, ah, la struggente poesia di un culo perfetto...
Dopo la doccia sarebbero tornati alle loro case, le loro vite, ma per il momento a me parevano come privi di peso, e tutto ciò che non serviva a rilassarsi o a bruciare calorie erano riusciti a tenerlo fuori da quel posto. 

Forse non ero l'unico, ma di certo ero uno dei pochi ancora chiuso dentro il pugno del suo stesso, ingovernabile livore. E' proprio vero, tutti i posti sono uguali se tu non cambi dentro.


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