domenica 1 gennaio 2012

Smettere



Casa di mio padre sarebbe il posto ideale per smettere di fumare. Abbastanza isolata da non offrire tentazioni a portata di mano, è sempre stata abitata da non fumatori, fatta eccezione per il sottoscritto, e solo in occasione delle vacanze; il più vago olezzo di fumo risalta nell'aria come una macchia di sangue su un abito nuziale.

Ogni volta che ho voluto smettere di fumare sono partito da qui. Ho fallito tutte le volte tranne una, nell'agosto del 2005. Nessun fumatore ricorda la data della sua prima sigaretta: tutti ricordano, invece, il giorno in cui hanno smesso, compreso chi, come me, ci è poi ricascato.

L'estate del 2005 era un buon momento per smettere. Si trattava di un momento abbastanza felice: alcune faccende di vita si erano assestate in un modo che giudicavo promettente, ma la spinta vera arrivò dal rendermi conto che fumavo ormai da dieci anni: la cosa, pur banale, mi impressionò.

Cominciai a ridurre il numero di sigarette giornaliere: passai da venti ad una decina, poi scesi a cinque, barando occasionalmente. Ridurre è uno strazio: io passavo tutto il mio tempo aspettando la prossima sigaretta.
Il primo agosto, appena arrivato a casa dei miei per le vacanze, spensi l'ultima. Era una bella mattina d'estate e mi buttai. Provavo entusiasmo e una certa curiosità, era la prima volta che ci provavo sul serio.
Tenevo in tasca un pacchetto di Pall Mall pieno, tenerlo in tasca mi aiutava a non sentirmi vittima della privazione. L'idea era quella di mantenere il ruolo attivo di colui che, pur potendo fumare sceglieva di non farlo. Era il modo giusto? Era il modo sbagliato? Nel domandarmelo non fumavo. Non fumando vidi passare il primo mese; ne sarebbero passati altri venticinque.

Sintomi di astinenza? Certamente ce ne furono, ma i sintomi di astinenza dal fumo sono qualcosa di molto particolare. Nessun autentico disagio fisico: solo il pensiero fisso. Quando hai un pensiero fisso tutto ciò che puoi fare è cercare di pensare ad altro e sperare per il meglio. 

Il sangue cominciò a ripulirsi; pure gesticolare a mani vuote tornò ad essere più o meno naturale. Potevo uscire di casa con solo cinque euro in tasca e ritrovarle ancora lì, la sera. Da poco era stato imposto il divieto di fumo nei locali pubblici: era bello potersene strafottere.
Non percepivo quella sensazione di benessere di cui avevo sentito parlare, non a livello fisico, o non ci badavo. La sensazione più presente in quei giorni da non fumatore era un vago, prudentissimo orgoglio.

Ai fumatori che incontravo cercavo di risparmiare il sermone dell'illuminato; detestavo il tono saccente di chi si sente obbligato a sconsigliare agli altri ciò di cui egli stesso prima si è saziato; ammettevo con candore la mia pacifica invidia del vizioso, ed ero sincero: una parte di me voleva fumare. Tuttavia mi divertiva il meccanismo di quell'invidia a rimbalzo, perché il fumatore invidia chi ha smesso e chi ha smesso invidia chi può concedersi una sigaretta, e così via.
E la voglia di fumare tornava spesso, tornava sempre. Sarebbe tornata per mesi e mesi e ogni tanto, la notte, avrei sognato di fumare. Al risveglio avrei scoperto con sollievo essersi trattato solo di un sogno.

Naturalmente mi convinsi che non avrei fumato mai più. Questa convinzione durò esattamente due anni e due mesi, poi si polverizzò come un castello di sabbia colpito da un calcio distratto.

Una sera ripresi a fumare. Lo stress, lì per lì, mi parve un'assoluzione; inoltre mi sentivo al sicuro, dopo due anni il rischio di ricaduta mi pareva scongiurato.
Chiesi una sigaretta a qualcuno, accesi e aspirai e all'improvviso mi resi conto che le mie dita, benché avessero perso da tempo le macchie gialle, ricordavano perfettamente come si tiene una sigaretta: fra la sigaretta e le dita fu come una rimpatriata di vecchi amici. Rientrare nel vizio fu quasi confortevole, come rientrare nei propri jeans dopo averne provati di più stretti.
Soffiai: nella nuvola di fumo due anni e due mesi si dissolsero nell'aria, così, silenziosamente, senza storia.
Il resto è scontato: il giorno dopo comprai un pacchetto per evitare di chiedere sigarette altrui. Tutto sommato, mi dissi, avevo già smesso una volta, potevo rifarlo. Avrei smesso appena le cose si fossero rimesse a posto. Non un solo momento dopo.

Nel Natale del 2007 ero tornato ai miei ritmi consueti: ogni tanto ci pensavo, ritrovandomi infreddolito all'esterno dei locali e degli uffici, al pari degli altri intossicati come me. Il fumo era rientrato nella mia vita col passo rumoroso e arrogante del padrone di casa, aveva messo radici istantanee e profondissime nel terreno fertile delle mie ore concitate. Il vizio aveva ricominciato a divorarsi il mio tempo, ad esigere attenzioni, a pretendere rispetto.

Benché per più di due anni ne avessi fatto a meno, all'improvviso avevo di nuovo bisogno della sigaretta mattutina per andare in bagno, di quella dopo il caffé che è irrinunciabile, di quella dopo un buon pasto e di quella insieme ad una birra, di quella mentre guidavo, mentre camminavo, mentre ero al telefono; dovevo fumare durante l'intervallo al cinema oppure mentre mi annoiavo da qualunque altra parte; avevo bisogno della sigaretta per riempire il vuoto tra una sigaretta e l'altra. Non mi fermava un forte raffreddore, non mi fermava la pioggia, non mi fermava nemmeno il senso del dovere. Nel frattempo c'erano faccende di vita che andavano più o meno a rotoli, e più le condizioni a contorno mi affliggevano, minori erano i miei motivi per smettere, minore il tempo, inesistente la voglia.
Nei momenti più lucidi provavo un vago senso di cupa disperazione: covavo l'intima certezza che di quel vizio non mi sarei sbarazzato mai più.

La mia autostima, già provata dalle difficoltà degli ultimi mesi, si chiuse in un cocciuto mutismo che dura ancora oggi. La beffa maggiore era il responso della bilancia: smettendo avevo preso peso, naturalmente, e ricominciando non ne avevo perso neanche un po'.

* * *

Dal giorno del mio primo tentativo riuscito ad oggi sono passati sei anni e se è vero che questi sei anni mi hanno cambiato, è altrettanto vero che non mi hanno cambiato in meglio. Anzi. Sono peggiorato sotto ogni possibile punto di vista, e me ne vanto.
Sia come sia, la prima volta smisi perché potevo, tutto qui. Alla resa dei conti quel potere, oggi, non ce l'ho più. Oggi mi sarebbe impossibile fare il giochino di tenermi in tasca un pacchetto pieno: non funzionerebbe.

E poi l'esperienza mi ha fornito la certezza del fallimento: oggi so che anche a distanza di tempo, di molto tempo, puoi ricaderci in pieno. L'ordalia della privazione mi si prefigura come un percorso ad ostacoli destinato all'inciampo e questo non è un pensiero incoraggiante.
Provare a smettere in questo cupo dicembre del 2011 è semplicemente una follia. 

Anche stavolta comincio da qui, da casa da mio padre. Il posto aiuta: il cambiamento di abitudini è fondamentale, se stai cercando di eliminarne una cattiva. C'è anche un aspetto strategico: i tabaccai sono abbastanza lontani da qui, e per raggiungerne uno dovrei prendere la macchina, guidare, parcheggiare; troppe operazioni, avrei tutto il tempo per pensarci e ripensarci, farei tutta la strada in un altalena di sì e di no, e all'arrivo fumerei comunque, solo con un vagone di sensi di colpa in più; non è come infilarsi alla chetichella nel primo bar-tabacchi, fingendo voglia solo di un caffè. Semmai mi preoccupa il lungo tragitto in autostrada (dieci ore, chiuso in un abitacolo zeppo di abitudini e rituali collegati al fumo), e poi l'arrivo a Firenze (altre abitudini, altri rituali, più le consuete e assortite rotture di coglioni, olé): la routine è micidiale. Al solo pensiero mi vien voglia di ricominciare.

Ma qualunque cosa accada, mi dico, alla peggio mi basterà accendermi una sigaretta; il pensiero è puntato come una bussola verso il momento in cui potrò aspirare quella prima, nauseante, deliziosa boccata acre, un tiro assorto e giallo, un tiro umiliante e sornione, che avrà un sapore pessimo.

Pessimo, mi dico, pure peggiore della sconfitta.

Staremo a vedere.

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