domenica 12 febbraio 2012

Full Up




Grande prova, ieri sera al Full Up di Firenze, per “Quelli che il Blasco”, la band alla quale quel gran divo di mio fratello presta la sua chitarra e tutti i suoi crucci tecnici uniti alle manie di perfezionismo al limite del patologico. Grande prova, dicevo, e grande partecipazione da parte del pubblico, che si è scalmanato e ha richiesto con insistenza bis e brani fuori scaletta, questi ultimi magistralmente improvvisati lì per lì, fino a quando l'ormai arrochito cantante non s’è detto arreso.

Unico neo il pochissimo spazio nella saletta; il pubblico era stipato lungo uno stretto passaggio di fronte all’inesistente palco, nelle prossimità del bar. In particolar modo mi ha colpito l’entusiasmo assolutamente ormonale di alcune giovani nuove fans di mio fratello; piazzate a brevissima distanza dall’asta del suo microfono si sono lasciate andare a due o tre commenti che qui non riferirò, sia mai detto che abbia a insudiciare quel loro bel sembiante di virginale purezza. Spintonandosi vicendevolmente nella calca incomprimibile costoro hanno poi finito per staccare con una pedata il cavo della cassa monitor di Carlo; lui ha reagito con marmorea signorilità, del resto cosa non si perdona a delle giovani fans? Dopo averle allontanate con un gesto ampio a due mani – gesto che mi piacerebbe poter imitare almeno una volta nella vita – s’è chinato a rimediare con il plettro tra i denti, il tutto senza neppure smettere di suonare, non chiedetemi come.

Io nel contesto risultavo invisibile quanto un elemento d’arredo; scomodo, pressato dalla folla, ingombrante ed ingombrato dalla mia stessa persona cercavo di ricordare quand'era stata l'ultima volta che avevo messo piede in una discoteca. D’altro canto ero lì per fare le solite foto, non certo per essere notato, ci mancherebbe, alla mia età: e considerate le condizioni di luce direi che la mia impresa di spremere qualche scatto appena guardabile sia stata a dir poco eroica. Me lo dico da me che in anni e anni da fotografo ufficiale (e non solo) in ciascuna delle molteplici band in cui Carlo ha preso parte, continuo a non essere mai menzionato nei ringraziamenti dispensati sulle ultime note prima del gran finale. Altro compito assegnatomi in modo più o meno tacito era quello di bodyguard a mia cognata; costei a differenza di me si mimetizzava molto meglio tra gli imberbi avventori e tendeva ad essere avvicinata – pare suo malgrado – da sinistri giovani dall’aria curiosamente invertebrata.

Io e la suddetta siamo andati via intorno alle due, sgomitando i giovinastri con sadico piacere e lasciando al gruppo l’ingrato compito di smontare e caricare gli strumenti sul furgone. Pare che, vista l’impossibilità di maneggiare attrezzatura così ingombrante in una tale moltitudine, la band abbia dovuto attendere le prime luci del giorno intrattenuta da musica techno anni novanta – avessi saputo sarei rimasto. 



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