martedì 6 marzo 2012

Il colore delle vocali




Delle elementari ricordo bene il primo giorno, ma anche l’ultimo. Orbene, le elementari finivano con una specie di esame. La nostra maestra che ci aveva presi analfabeti in prima e tirati su come figli (non era sposata) fino alla quinta, aveva fatto in modo che io e Luca fossimo gli ultimi ad essere esaminati nel corso della giornata. Voleva bene anche agli altri, ma sapete com’è.

Luca era il mio migliore amico. Ci piaceva, l'idea di avere un amico migliore degli altri, probabilmente l'avevamo appreso dalla tv e ci eravamo adeguati a quell'idea facile. Io avevo scelto lui e lui aveva scelto me con eguale candore, questa è l’infanzia. Come nell’amore, ma in modo quasi tacito, ci eravamo giurati fedeltà eterna, sapendo e non sapendo che avremmo tradito quel giuramento nel momento stesso in cui uno dei due avesse trovato qualcosa di meglio. Fummo culo e camicia durante tutte le elementari, poi - quasi a confermare ai nostri occhi l'esistenza di un qualche disegno più grande - ci eravamo ritrovati a frequentare nella stessa classe, per genuino caso, anche le medie e fu lì, poco prima dell’esame di terza, che qualcosa andò storto. Non saprei dire cosa, per la verità. Non fu nemmeno un qualcosa di specifico ma un insieme di piccolezze, stronzate da ragazzini, ciascuna quasi insignificante, una crepa che si allarga: fu la somma di tutti quei quasi a generare un totale informe che ancora oggi, a quanto pare, trabocca schiumante dall’orlo della mera somma aritmetica. Brutto difetto, il mio: serbo rancori a mia insaputa, talvolta imbarazzanti rancori antichissimi, preistorici. Fossili di rancore. Non sono vendicativo, ma nemmeno perdono, mai più.

Un giorno, nel bel mezzo del mio percorso universitario (secondo o terzo anno), mi trovavo giù dalle mie parti per le vacanze di Natale. Le medie erano un ricordo spinto a galla dalle strade di quella mia cittadina quasi-natia; io avevo sciolto il guinzaglio ai cani di Pavlov lasciando che facessero un po’ il loro porco comodo in giro per quelle strade che mi sembrano così diverse pur senza essere cambiate mai; nel frattempo, durante le superiori e poi all’università, avevo anche cambiato migliore amico, a Luca non pensavo più. Sta di fatto che all’epoca non avevo la patente e, come oggi, fumavo di nascosto dai miei. Avevo quindi accompagnato mio fratello in un suo giro di faccende che avevano a che fare con l’autoradio della sua macchina: quelle erano le uniche occasioni in cui potevo a) comprare sigarette e b) fumarle. Mentre mio fratello era lì a chiacchierare con tutta la sua flemma salentina, vidi questa faccia tra le facce e poi la faccia vide me e allora riconobbi Luca che a sua volta riconobbe me. Dopo tutti quegli anni una alzata di mano a mo’ di saluto purtroppo non sarebbe bastata, ma me ne stetti ugualmente lì dov’ero, appoggiato alla portiera aperta dalla Ibiza di mio fratello, a fumare la mia Pall Mall guardando il vuoto e la periferia tutt’intorno e le ciminiere poco oltre e altro ancora.

Di tutti gli stronzi, pensai, proprio lui...   Lo pensai, ma dopo averlo pensato mi chiesi perché.

Luca si staccò dal branco e mi si fece vicino e mi tese la mano porgendomela con il palmo all’ingiù e io soffiai fuori il fumo e gli strinsi la mano e gli chiesi controvoglia come va. Non era cambiato molto, aveva il solito sguardo tagliente degli ultimi anni, uno sguardo diretto e affabile che ti piazzava al centro di ogni sua attenzione e che nello stesso tempo ti metteva in guardia contro le numerose astuzie di cui era capace.

Mi disse di essere geometra, e che voleva fare l’assessore, e che aveva già tirato su tre case, dico tre, progetto e direzione del cantiere e tutto il resto e me lo disse a petto gonfio, tutto tronfio, era proprio un pallone gonfiato pensai, e lui mi disse che gli avrebbe fatto piacere, ma davvero piacere se avessi voluto passare da lui uno di questi giorni e lui mi avrebbe portato a vedere le case che aveva progettato e anche altre cose che aveva fatto e bla bla bla, chiacchiere e distintivo. Ti do il mio numero, disse, e me lo diede, me lo segnai con carta e penna perché il mio cellulare era molto più cicciuto del suo e non era il caso di mostrarglielo.

E tu cosa fai, mi chiese lui.

Io faccio architettura, dissi, e dopo averlo detto non mi sembrò più quel granché. Architettura, in quel parcheggio era solo una parola, e finiva lì, tra libri e dispense e chiacchiere di scuola, una realtà lontanissima. La mia Pall Mall era finita, dovetti buttarla via e ristetti ignudo e inerme al cospetto di Luca col suo sguardo chiarissimo e tagliente. Lo guardai negli occhi, lui sorrideva cordiale, dimentico ed enfiato. Lo odiavo? E non per via della sua carriera, beninteso, mi dicevo, in fondo io facevo l’università, lui se la sognava. Lo odiavo, semmai, perché qualcosa dentro di me era rimasto fermo a quel giorno dimenticato. L’acqua sotto i ponti era passata ma io invece avevo costruito dighe; dighe, non ponti, solo dighe su dighe. Nell’acqua ristagnante si specchiava il volto, ora adulto, di Luca. 

Mi ripeté la storia che gli avrebbe fatto piacere eccetera, e mentre parlava io non lo stavo più a sentire. Era come essere alle medie, il giorno dopo il nostro bel litigio finale, qualunque fosse. Un litigio di cui non ho ricordo; l’ho cercato, quel ricordo, con l’intenzione forse di sbatterglielo in faccia proprio lì, accanto alla Ibiza di mio fratello. L’ho cercato ma ho trovato solo una cartella nella memoria con su scritto Luca e dentro la cartella alcune stupide polaroid.

Mentre Luca parlava me le guardavo come le carte del poker, impassibile davanti al suo entusiasmo.
Nella prima, nitidissima e sovraesposta dal sole di settembre, io e Luca ci incontriamo nel nostro primo giorno di scuola, nel Pleistocene o giù di lì: abbiamo grembiuli blu e fiocchi rossi allacciati da mamme premurose e da queste stesse mamma lasciati andare al mondo: io e Luca ci diamo la mano, come fanno i grandi, decidiamo di dividere il banco diventando ufficialmente compagni di banco. È l’inizio. Giorno dopo giorno impariamo a leggere; gomito a gomito, in quei giorni illuminati dai quaderni a righe in cui le vocali prendono un suono e assumono il colore che poi conserveranno per sempre. Per me la A è rossa a partire esattamente da quei giorni, e la E verde, e la I bianca e la O marrone e la U nera e in qualche modo questa associazione è - immeritatamente - prossima al ricordo di me e di Luca, e del nostro fanciullesco sodalizio in divenire; non è estranea alla nostra complicità, alla confidenza, alle sciocche risatine sottobanco; e con Luca imparo a scrivere e impara anche lui. E scrivendone oggi mi domando, e me lo domando solo ora che ne scrivo, quali siano i colori delle vocali, per Luca, ammesso che un geometra possa arrivare a tanto. Sia come sia io e Luca in prima siamo bravi, dice la maestra. Lo dice a voce e lo conferma coi suoi bravo a penna rossa in calce ai nostri acerbi e tremolanti scritti in largo corsivo ancora a matita. Diventiamo i suoi cocchi, seduti in ultima fila perché la prima serve per i più lenti e per quelli che portano gli occhiali. Io e Luca non abbiamo gli occhiali, siamo pure alti uguali e lei dice che siamo svegli, lo dice lei e noi ci basta, ci crediamo; uno dei due se ne convincerà per davvero, l'altro tenterà di farlo per il resto della vita.

Altre polaroid sbiadite, io e lui che giochiamo ai Transformers nel cortile di cemento di casa sua: non ci vediamo molto, a parte la scuola, perché io abito in culo al mondo e pure lui ma agli antipodi, e uno dei genitori ci deve accompagnare in macchina. I Transformers ce li siamo costruiti con il legno, una invenzione mia, trasformazioni rudimentali ma suggestive, roba nostra, fatta da noi con gli attrezzi dei grandi.

Poi un’altra foto, con me e lui che scendiamo nell’imboccatura della grotta di Santa Lucia con una torcia elettrica: lui vuole andare giù, fino in fondo, fino alla stanza nascosta in cui, si dice, ci sia un cadavere, un morto, perfettamente conservato. Non c'è limite a ciò che questo o quel temerario giura di aver scovato nelle profondità della Grotta, leggende infantili, incubi claustrofobici, ma Luca vuole sapere, vuole vedere, mi chiede di andare con lui. Io rispondo che papà non vuole. Lui mi dice che andrà da solo ma infine non andrà.

Poi altre foto, ingiallite, incollate, lacere, molli, sbiadite. Brandelli. Foto senza più l’immagine.

Tranne che nell’ultima, nella quale Luca è immortalato in una posa sfrontata, pugni sui fianchi, le maniche del suo nuovissimo giubbotto jeans tirate su fino al gomito, i capelli biondi sugli occhi e infine la smorfia, quel sorriso storto che aveva imparato da poco e che piaceva tanto alle ragazzine. Alla fine è diventato il teppista che ha sempre sognato, un gregario o un pesce grosso nella sua comitiva di amici sinistri e chissà… potrebbe essere la gavetta per diventare assessore, non ne sarei sorpreso. Io invece sono rimasto il coglione di sempre, l’outsider a tutti i costi, quello che si rifiuta di fare il pesce piccolo, quello che parla sfogliando il file dell’interlocutore, quello che si sofferma alla fine sull’ultima polaroid, simile a quelle di Leonard Shelby in Memento: sotto la foto di Luca, nella fascia bianca c’è scritto: non credere alle sue bugie.  

Questo Luca che ho davanti è una versione adulta di quel ragazzino dell'ultima polaroid: è ben vestito, si atteggia ad adulto, possiede un automobile: non sarei sorpreso di scoprire che è sposato. Ma lo sguardo è lo stesso dell'ultima foto.

* * *  

Quell’ultimo giorno delle elementari io e Luca, dopo l’esamino, scoppiavamo di buone notizie ma la Maestra ci aveva trattenuti lì a friggere d’impazienza. Quando tutti i nostri compagni furono andati via festanti sparendo nella canicola, la Maestra aveva aperto l’armadio di metallo accanto alla cattedra. Io e Luca eravamo stregati da quel privilegio, in quanto cocchi della Maestra quella conclusione ci sembrava tanto inattesa quanto meritata. Quell’armadio custodiva gessetti, carta, forbici a punta tonda e una marea di altre robe scolastiche ma soprattutto il tesoro. L’insieme incalcolabile di tutte le diavolerie sequestrate ai nostri compagni (e a noi) nel corso di quei cinque anni di scuola, giocattoli, figurine e altro prezioso,  preziosissimo ciarpame. La Maestra lasciò a noi il compito di spartire il bottino e io e Luca lo dividemmo con reciproca generosità, senza litigare.

Anni dopo, con il mio nuovo migliore amico, sarei andato a trovare la Maestra, trovandola tragicamente invecchiata e, naturalmente, commossa; ancora sulla porta di casa sua, fissandomi negli occhi mi avrebbe chiesto di non dirle il mio nome, di lasciarla  indovinare. Erano passati sette o otto anni:

- Luca! – avrebbe detto, trionfante: - Tu sei Luca!

* * *

Dopo la spartizione del tesoro custodito nell'armadietto io e Luca eravamo tornati a casa con le braccia cariche e un codazzo di grazie e la pancia che scoppiava di gioia in un sole accecante di inizio estate. Ci sarebbero state le vacanze, e poi dopo le vacanze quella bazzecola che è il resto della vita. Eravamo ricchi, eravamo bravi, sapevamo con certezza che tutto sarebbe andato per il meglio.




5 commenti:

  1. che bello questo post, mi ha portato a ricordare il mio migliore amico delle elementari/medie e le alterne vicende che ci hanno allontanati...

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  2. E' la vita, caro mio. Tu puoi agevolarne il lavoro stando lontano da Facebook.

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  3. bello sto pezzo. ma che fine ha fatto sto Luca? secondo me è Sindaco di Taurisanz ;)
    enzo

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