sabato 14 aprile 2012

Un mese e più







Da più di un mese non aggiorno il blog, ma nel frattempo non è che me ne sia stato a girarmi i pollici. Ci ho anzi provato più volte, a sedermi lì a scrivere, ma più la stagione volge al bello meno voglia ho di stare davanti al computer. E le giornate comunque volano, in questo lasso di tempo, a parte lavorare, ho fatto cose, visto molti film, letto roba, visitato mostre, macinato chilometri, sollevato pesi, speso soldi a cazzo, in qualche caso ho pure socializzato; e tutte le volte mi son detto che appena fossi arrivato a casa ne avrei scritto nel mio blog, di questa o quella cosa, e amen se ai miei lettori fotte sega. Poi però era subito sera, praticamente mattina, e recalcitrando andavo a letto controvoglia, per poi svegliarmi di nuovo in ritardo sul mondo e così via.

Voi, invece, tornado su questa pagina e trovandovi le solite vecchie polaroid del post su Luca, avrete pensato che me ne stessi sul divano a bere birra, cavarmi batuffoli di lanugine dall’ombelico e ruttare spensierato. Invece no, e quasi mi dispiace, specie per la faccenda della birra che di questi tempi mi manca, ma mi manca assai.

* * *

A Pasqua ho pure avuto in visita mio padre, tutt’altro che rassegnato all’autostrada che separa casa mia da quella di mio fratello, specie se a guidare sono io. In compenso sono riuscito con l’inganno ad attirarlo fin nelle profondità del mio antro e a piazzargli in mano un pennello affinché ponesse rimedio a certi disastri che andavo facendo sull’ultima tela.

Si tratta di un primissimo piano di fanciulla, ma ho ancora qualche difficoltà ad adattarmi al formato grande delle tele per cui mi imbatto in madornali sviste, ma tipo che gli occhi della suddetta fanciulla mi sembravano un poco asimmetrici. Di solito, per capire se tutte le parti della figura sono al loro posto, basta osservare la stessa figura riflessa in uno specchio. Se si tratta di un disegno su carta lo si può anche guardare a rovescio ponendolo contro una finestra. Le inesattezze che prima sfuggivano diventano subito evidenti.

Ora, il problema tra me e papà e che quando gli faccio una domanda lui di solito mi da una risposta che non è precisamente la risposta alla mia domanda, bensì la risposta ad una versione riveduta e semplificata della mia domanda. E io mi incazzo tutte le volte, perché per come la vedo io i casi sono due:


1) lui è pigro, o sottovaluta i miei dilemmi sui massimi sistemi, per cui ascolta solo il soggetto e il predicato della domanda e il resto lo ignora;

 

2) le mie domande nascono da problemi che paiono complicati solo a me, quindi vuol dire che sono io ad avere una visione intricata dei miei crucci, specie in ambito pittorico ma pure in altri ambiti, come dice Manzoni per bocca di Agnese: “A noi (…) le matasse paion piú imbrogliate, perché non sappiam trovarne il bandolo”;


Il risultato è che prima di decidersi a correggere l’errore di cui sopra mi ha tenuto una lezione quasi completa di disegno, facendo schemi di occhi e spaccati del cranio nella regione oculare sul retro degli scontrini della spesa (se ne trovano in grande profusione sul tavolo della mia cucina, tra i dvd e i grovigli dei carica-batterie, a proposito di bandoli introvabili). Io, malgrado le prove allo specchio, mi consideravo naturalmente troppo avanti per assoggettarmi a delle lezioni di disegno, figuriamoci, per cui tamburellavo con le dita specie quando si interrompeva per pregarmi di mettere ordine su quel benedetto tavolo; per tutta risposta gli indicavo di nuovo la tela e gli porgevo il pennello e gli dicevo “sì, ma veniamo al punto!”.

Alla fine, sospirando, ha rimesso a posto gli occhi della tipa sulla tela, e che occhi, direi. Naturalmente non ha avuto il tempo materiale per dipingerli completamente nelle varie parti, sclera, iride, pupilla, ciglia e sopracciglia, si è limitato a tracciarne la forma e i dettagli con un segno scuro e deciso, senza nemmeno guardare le molte foto di riferimento attaccate al muro, e dieci minuti dopo gli occhi erano perfetti e simmetrici e io mi grattavo il pizzo domandami come diavolo avrei fatto a finire il mio lavoro senza rovinare il suo. Infine ha pulito il pennello con lo straccio e s’è messo a riordinare il tavolo della cucina. Mentre infilava i dvd nelle rispettive custodie commentava tra sé e sé le copertine: - Pistole… omicidi… ancora pistole… che cazzo di film… Schwarzenegger… pistole… sangue… ma quando cresci?

Io intanto con la tela tra le mani, guardavo allo specchio gli occhi della tipa del quadro e da un lato ero contento perché mi aveva portato un bel pezzo avanti, dall’altro lo ero meno, perché non capita tutti i giorni di sbattere il muso così sonoramente contro i propri limiti, e quando succede fa sempre un male cane.

- Questi dove vanno? – ha chiesto, con in braccio una pila di dvd alta così.
- Mettili sul divano, poi ci penso io, domani. – Il chiaroscuro del volto andava abbastanza bene, l’avevo fatto io due settimane prima ed era ormai asciutto, però c’era ancora qualcosa che…
- Il divano … - ha mormorato, sistemando poi i dvd in un posto della libreria che era ancora stranamente libero, tra i libri di Manara accatastati in orizzontale insieme ad alcuni Vanity Fair e agli arnesi sfusi del bricolage.
- Andiamo a casa? – ha detto infine. Quando dice casa intende quella di mio fratello - Tra un po’ è buio.
- Aspè… - ho detto io, indicando il quadro - E che mi dici di queste labbra? Non ti sembrano un poco… asimmetriche?



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