lunedì 7 maggio 2012

Delirio






Venendo meno ad una mia regola – che in quanto tale esige una o più eccezioni che la confermino – propongo a voi lettori la visione di un altro dei miei quadri, in una fase di lavorazione molto ma molto meno avanzata del precedente, anche se – a conti fatti – mi sta portando via molto più tempo.
L’ho fotografato senza particolare cura, la luce è un po’ radente e quindi la grana della tela risulta più vistosa di quello che è in realtà. Inoltre, al solito, trovo che la riproduzione non renda giustizia all’originale e non perché l’originale sia questo gran capolavoro, ma perché, per quanto riguarda i colori, continuo a trovarli molto più contrastati e crudi di quel che sono realmente.

Detto questo, il quadro è quello che vedete, quaranta centimetri per cinquanta, olio su tela, alè.
In verità c’è ancora molto da fare un po’ dovunque, mancano del tutto le sopracciglia e altre parti, il chiaroscuro deve essere precisato qua e là e si noterà che i capelli sono appena allo stato di abbozzo, qualche ciuffo leggero dovrà ricaderle sulla fronte e l'attaccatura è alta proprio per questa ragione; credo che quando verrà il loro turno i capelli mi faranno incazzare non meno di tutto il resto, sapete com’è, il temperamento di noi artisti eccetera. Tuttavia i capelli non mi preoccupano minimamente perché, signori miei, quello che ora mi impegna sono i toni della pelle; ai toni della pelle sto dedicando tutto il tempo che trascorro davanti a questo particolare quadro, strato su strato, velatura su velatura, incessantemente, pazientemente, per ore e ore. E ore. 

E conoscendomi insisterò, mi sa. Insisterò e insisterò fino a quando…

Fino a quando?

Fino a quando quella pelle non mi sembrerà non dico vera ma indiscutibilmente viva; sì, esatto, viva. Vivo il petto, vive le labbra, vivi gli zigomi e viva la delicata epidermide sotto gli occhi, di questo è fatta la bellezza e al momento è tutto ciò che mi interessa, non ci sono scorciatoie, né auto-indulgenza che tenga. Non ci sono santi.

Ho detto viva, quindi, come nella canzone di Ligabue, o peggio come in un delirio di Oscar Wilde o di Edgar Allan Poe ben prima di lui, nessuno fino ad ora aveva osato tanto (mi riferisco al fatto di aver arditamente nominato il Liga, Wilde e Poe nella stessa frase). 

Naturalmente tutto ciò è pura teoria, un mera chimera, prima o poi ne avrò abbastanza e la chiuderò lì, ma finché dura mi piace pensare che  mi fermerò solo quando il dipinto, e in particolare la ragazza nel dipinto parlerà.

Anche se temo che le sue prime parole saranno “Ti prego, basta!”. 

Non sarebbe la prima volta.







Questo fu il primo abbozzo, sottolineo abbozzo, e tra disegno e impostazione di massima ci misi un paio d'ore, record che mi fece ben sperare, sia pure invano. Mi ricordo che lo iniziai di sera tardi, perché m'ero stufato di qualcosa, non so più cosa.

I dati EXIF della foto riportano la data dell'otto dicembre; in effetti ci sta ed è anzi meno peggio di quel che ricordavo. E anche se la ragazza nel dipinto sembrava vagamente spaventata, mi pare che andai a letto contento.


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