sabato 18 agosto 2012

Londra - Prologo



E' ufficiale: viaggiare non mi piace. Non dico che non mi piaccia vedere posti nuovi, questo mi piace; parlo dello spostamento da un luogo ad un altro. Sono dovuto arrivare a 37 anni non già per sospettarlo quanto per conquistare l'audacia d'ammetterlo a chiare lettere, affrontando a viso aperto il pubblico dileggio.  

Sono una persona pigra ma non è solo la pigrizia a togliermi il gusto del viaggio. Ogni volta che sto per partire mi soffermo su questo particolare aspetto di me, come faccio riguardo ad ogni altro aspetto di me, e cerco di comprenderlo meglio, di comprendermi meglio: mi analizzo mentre preparo controvoglia la valigia. Come la maggior parte delle mie introspezioni anche questa risulta inutile, e nel caso specifico pure dannosa; perché oltre a non giungere a conclusione alcuna, ottengo il risultato di fare il bagaglio sovrappensiero aggravando di molto la convinzione di stare dimenticando qualcosa di fondamentale.

Eppure, dicevo, vedere posti nuovi mi piace; una volta lì, ovunque sia, finisce che mi diverto. Stimolato dai nuovi scorci faccio sempre un milione di foto. Infatti la bellezza insita nell'esperienza del viaggio mi si palesa in tutta la sua pittorica e variegata maestosità ogni volta che mi capita di conteplare, ad esempio, le foto di luoghi lontani scattate da altri. In quelle occasioni provo una sana invidia e un fioco bagliore d'entusiasmo e mi dico: "anch'io, anch'io!". Stesso discorso quando assaggio la versione nostrana di qualche piatto esotico, mi viene la curiosità di sapere come sia l'originale. 

Eppure...

Discorso economico a parte, è poi escluso che passi alle vie di fatto. Intanto tutto l'apparato organizzativo propedeudico ad un viaggio mi riesce indigeribile. Stabilire una meta, prenotare per tempo, stipare indumenti in valigia tenendo conto del clima e dei suoi eventuali capricci. E poi spostarsi, questa è la cosa più noiosa in assoluto; aereoporti e stazioni mi sembrano ogni volta altrettante versioni dell'inferno, gironi d'attesa nei quali la condanna è stare in coda per l'eternità. Per non parlare del tempo trascorso dentro il mezzo di locomozione. Magari è solo perché ho il culo pesante ma trovo lo spostamento in sé per sé tanto tedioso quanto claustrofobico. 

C'è anche un discorso linguistico: con le lingue non me la sono mai cavata, diciamo le cose come stanno. E' un dato di tale enormità che ormai non mi curo nemmeno più di nasconderlo. Né posso più alla mia età continuare a dar la colpa al mio vecchio e svogliato insegante di francese delle medie; il quale profuse ogni energia nell'intento di farci prendere in odio la sua materia e il suono stesso di quella lingua che a noi, selvatici e indomabili ragazzotti di provincia, pareva da froci. L'inglese che facevano nella classe accanto ci sembrava più fico, forse pensavamo di dar voce ad una protesta sensata, mostrandoci così ostinatamente refrattari all'apprendimento. E il professore di francese ricambiava con un disprezzo assolutamente genuino e trasparente e, devo dire, con parecchi scapaccioni dispensati con evidente godimento. Erano altri tempi. Fu in parte per colpa sua se tra le ragioni che mi spinsero a preferire l'Istituto d'Arte al Liceo Scientifico ci fosse proprio l'assenza della lingua straniera. Ricordo che mi sembrò un gran sollievo. Naturalmente mio padre non era dello stesso avviso, ancora oggi me lo rinfaccia.  
In effetti il tempo per superare il trauma di tutte quelle insufficienze in francese l'avrei anche avuto, nei moltissimi anni successivi alla maturità, e oggi temo di non avere più alibi, mi resta solo la voragine di una lacuna mai colmata; sulla cui enormità posso glissare per la maggior parte del tempo, fino a quando, in vista di un viaggio all'estero, non mi si profila davanti in tutta la sua vertiginosa e invalidante gravità.

* * * 

Dopo Barcellona, Parigi ed Atene quest'anno - hainoi! - tocca a Londra; a parte le già citate resistenze che puntualmente oppongo alla proposta di un viaggio, in questa circostanza particolare sono molto perplesso all'idea di lasciare estate e mare in cambio di autunno e cemento, sì, più o meno le stesse perplessità dell'anno passato; e anche i retroscena di questo viaggio sono simili a quelli dell'anno scorso per Atene: mio padre, aggregato ad una comitiva di amici suoi, ha pensato bene di includermi considerandomi dei loro sin da subito. 
Non dovrei lamentarmi, lo so. Avrei, al più e a suo tempo, potuto dir di no con maggiore convinzione (la storia della mia vita), ma se da un lato ero incline ad ascoltare la voce della mia pigrizia (leggi: del mio culo pesante), dall'altro lasciavo fare con indolente fatalismo perché, mi dicevo, un viaggio è sempre un viaggio, specialmente se il papà ha già anticipato la tua quota e non te ne chiede neppure la restituzione.  

Partiremo domani, saremo una ventina, la solita banda eterogenea composta per lo più da quasi cinquantenni, alcuni anziani e tre o quattro bambini. L'aspetto interessante è che tra questi venti non figurano quei due o tre individui che hanno contribuito ad imporre la scelta di Londra, invece di Parigi (come ventilato l'anno precedente). La preferivano per il fatto d'averci studiato e, in qualche caso, perché erano smaniosi di mettere alla prova il proprio inglese e via dicendo, ma tutti costoro, dopo averla avuta vinta si sono chiamati fuori per ragioni diverse e indipendenti dalla loro volontà.  

Del viaggio ad Atene, lo scorso anno, descrissi solo i preparativi: mi ripromettevo di darne un resoconto divertente e - speravo - divertito non appena fossi tornato, ma dopo alcune false partenze iniziai a rimandare, ritrovandomi praticamente ai giorni nostri. E dire che gli spunti non mancavano. E' rimasto su questo blog solo il prologo, l'annuncio di quel viaggio, poi più nulla. 

Facendo tesoro di quell'esperienza, parto da questo prologo sapendo che, probabilmente, non aggiungerò molto altro, almeno non per iscritto. Ormai mi so.  

E non mi porterò dietro nemmeno la Nikon, mi farò bastare la compatta, una Panasonic un po' datata ma molto maneggevole che supporta il formato sedici noni. E' la stessa che ho usato per la maggior parte degli scatti dei due post precedenti. 

Ho una lieve apprensione da viaggio, devo ancora fare la valigia e vorrei finire questo maledetto pezzo prima di cena. Anche mio padre sembra aver perso entusiasmo, i giochi olimpici sono stati una finestra televisiva che gli ha consentito di gettare un occhio sulle condizioni meteo tipiche di Londra, temo, e anche se non lo dice apertamente immagino non gli sorrida l'idea della probabile pioggia. Ci siamo attrezzati a riguardo. Inoltre prevediamo di sbolognare il grosso della comitiva per farci qualche giro dei nostri in cerca di quell'architettura contemporanea, preferibilmente high-tech che piace tanto ad entrambi, come facemmo a Parigi in occasione di un viaggio che fu solo mio e suo e che entrambi ricordiamo con una certa, mai troppo esplicita, nostalgia. 

Staremo a vedere. Per oggi è tutto, ho una valigia da fare, e adesso che ho finito di scrivere non ho nemmeno più scuse per rimandare oltre. 


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