lunedì 10 dicembre 2012

Dicembre


Freddo, nebbia, brina, fango, qualche baluginio di sole a grammi e spiccioli, e poi decorazioni natalizie e bagliori arcani dalle finestre chiuse e luminarie serpeggianti sui balconi e ancora freddo, dall'alluce alla spina dorsale e fin dietro le orecchie e ancora nelle falangi; e gocciolamenti moccicosi ovunque, ghiaccio, spruzzi di nevischio e discorsi di regali da fare, di cenoni da fare, di viaggi da fare, esodi natalizi, dicembre è arrivato.

Sarò strano io, ma tutta questa bellezza dei mesi freddi, questa atmosfera non ce la vedo proprio. Per carità, nulla contro chi se la gode, gli faccia buon pro, io preferisco imprecare, grazie. Il freddo mi rende antipatico. E l'approssimarsi delle festività natalizie non mi allieta per niente, al contrario. Di questi tempi, poi, non posso nemmeno contare su una amichevole bottiglia di rum negli immediati paraggi.



* * * 

L'anziana e il tempo
- racconto - 



Non alta, l’anziana donna, si portava un volto vizzo, la pelle deposta in drappi fini sugli zigomi, e pareva infarinato, anche, e non di cipria ma dal candeggiante trascorrere di intemperie su un legno secco; e poi due olive nere e lustre pe’ occhi e capelli fini come un diafano vapore nebbiolino che le spuntava dal di sotto del copricapo pìceo.  

Quanto a me ed al mio umore dirò che, già all'avvio del giorno, rompevo tra i denti vituperi indirizzati in parte al freddo, in parte a quella foga cui mi forzava l'ora, per via d'un levarmi di letto più vischioso del solito. Un istante prima di incontrar l'anziana, tornavo controvento alla mia auto poiché, pur precipite, avevo fatto tappa al bar della piazzetta, colla speranza di cavarmi di dosso quel sopore alle palpebre per non dire quella frollezza a bracci e gambe. Una volta nel bar e nella caligine di quel riparo lustro di specchi e aromi tiepidi, non vi sarei più uscito; dal di qua del bancone, tra le carezze di quell'apatico vaporar di caffeina, sarei restato ore, forse giorni, anche solo a trasognare il serafico oblio sul petto mediterraneo della barista; secretavo in cuor mio risvegli abituali al di lei fianco; e per di più m'aveva porto la tazza con un "tesoro" tenuto a fior di labbra, o così m'era parso, e benché già lo stesse dispensando altrui, vagheggiavo in qual maniera eventualmente ottenerne un bis. Ma era tardi, porco di quel tempo immondo! e nolente m'ero tratto fuori dall'alcova odorosa di quel ventre di tepori soffici e da quel deliquio languido, pressappoco erotizzato, e m'ero cavato a calci fuor d'uscio. E fuori di lì c'era dicembre, incolore e nuvolo, ancora spifferante e fradicio in quell'esterno plumbeo, in quel fuori granitico e acquitrinoso, nel quale un vento diagonale faceva all'orecchio nudo quel che il diamante fa al vetro.

Lì avevo per l'appunto veduto l’anziana donna, o per meglio dire lei aveva scorto me, ch’io non me ne davo certo per inteso né di lei né di alcun altro vivente in transito per via. Se ne stava lì, sullo spigolo cementizio del marciapiede appena accanto al palo della fermata del bus, avvolta nei lutti neri de’ suoi mantelli arricciolati di lanugine. Mi rivolse il guardo d’olive lucidissime, tirando su dagli zigomi entrambi l’angoli dei labbri, in un sorriso.

- Scusi! – disse, parlando dal di sopra del tettuccio brinàto della mia auto; nell’abitacolo della quale m’affrettavo a trovar scampo dal taglio obliquo di quel freddo infame. 

- Per caso – aggiunse, l'anziana – Per caso lei va a Sòrgane? - domandò; località, quella, non troppo distante ma tuttavia lontana quel quanto bastante a scalzar la vecchia dal mondo de’ vivi, se si fosse provata, con quel tempo, a prender via a piedi.

In fatti dal cielo travertino aveva preso a fioccare a grappoli molli una neve cagliata e sfatta e zuppa d’acqua gelida e crassa da infischiarsene, nella sua caduta a picco, di quel venticello puntuto dalla stizza. L’anziana donna, dal basso della sua statura curva, e sporgendo come una testuggine il capo dal viluppo del cappotto, mi chiedeva un passaggio. Non avrebbe aggravato il mio ritardo essendo Sòrgane di strada, così per tagliar corto le buttai lì un “s’accomodi” che lei acciuffò d'un volo. E in un sùbito spalancò la portiera; quanto a me feci appena a tempo a sgombrar da paccottiglia il già di lei sedile. S’acculò, la vecchia, con un sbuffo e un verso gracchio, si trasse appresso anche l’ultimo dei suoi bui strascichi, piazzò la borsa sui ginocchi, infine s’avvolse in quel suo tegumento d’epoca, come a volersene moltiplicare addosso gli strati, a loro volta luccichi di brina. Per riempire quel silenzio appannato dissi un retorico: “ha perso l’autobus?” che però, data l’evidenza, mi venne fuori affermativo, più che interrogativo.

Allacciandosi al sedile esalò un "Eh, sì" che s'allungò appena, e mi parve alludere, quel tono, a una storia ripetuta, storia di treni persi oppure osservati transitare dal di qua della linea gialla, e chissà quali altre fanfaluche immaginai; forse ero io, mi dissi, che improvveduto a quell'incontro e affatto impreparato sul pensiero senile, non disunivo la vecchiezza da imprecisati rimpianti.  Mi pareva d'aver da dire sui giorni andati, ma prima che potessi discendere più a fondo pe' quel sifone introspettivo la donna prese a parlar del tempo infame. 

E come pare sia prammatica nei luoghi angusti transitoriamente risieduti da sconosciuti affiancati dal caso, quali di fatto s’era, prese a discorrere immancabile del clima rigido e di quell’inverno repentino. Sulle prime avevo assentito pigro, più che interloquire, gli occhi all’urbe e alla strada aldilà del parabrezza gocciolato, ma poi, a forza d'annuire un qualche cosa di quel brontolamento m'aveva vinto. Di più, direi che in breve mi vidi quasi affine d'animo e gemellato all’uggia: anziano anch’io, co’ miei grugniti mattutini, coi malumori monolitici e ritenuti sacrosanti, giusto al fine di non sciupare la giornata con allegrie facilmente deludibili.

Sullo sbadiglio lemme del riscaldamento da cui s'arretravano le brume lappate ai vetri, principiò come ad attecchire in me un sentore giallo, un vago senso d'assottigliamento dei polsi, un percettibile incurvarsi dorsale tra le scapole, un anticipato ottundimento brefotrofico nel quale, con stupore sconfinato, m'allocavo come tra cuscini, mi stravaccavo a piè distesi e a braccia larghe come su un giaciglio termale, m'accomodavo ad agio come poc'anzi aveva fatto l'anziana sul sedile accanto al mio. Mi sembrò, quello, un giorno buon per invecchiare. Né mi parve fuor di luogo smettere i panni di colui che ascolta e basta, e mi venne voglia d'aggiungervi del mio a quel zuppone di storiche lagnanze. Così presi a inframmezzar parola e controbattere assertivo alla querimonia, quattro chiacchiere appassite tra decani scafati, come tra compagni d'attesa  all'uscio del dottore; sòdali in scolorate vicissitudini, colleghi in monotonia, si può dire, benché l'età non mi giustificasse punto.

Intanto l'anziana s'animava entrando nei dettagli della sua casa d'angolo, con due muri volti a tramontana, diceva lei, e li descriveva muffi e maculati; e ancora del suo mancato sonno della trascorsa notte, traversata a bubbolar per via dei piedi diacci marmati; e poi del conseguente rivoltarsi dei suoi ossi fossili sotto un insieme di trapunte e di coperte e di piumini e pléide e copriletti ché più ne metteva più glie ne abbisognava, diceva lei; tutto questo diceva, e proprio quando la vicenda s'andava a pigliar spessore, giungemmo a Sòrgane, e l'anziana se ne avvide e troncò lì la frase a mezzo. Fermai l'auto al confine di una pozza interminabile, e lei ringraziò sollecita e discese a bordo strada; e di nuovo solo tornai di nuovo io, nel bel mezzo dei miei anni. La guardai allontanarsi, una macchia di nero su uno sfondo monocromo d'alveari umani, e attesi che fosse svanita nella bocca del palazzo, quell'anziana dagl'impegni antelucani, che rientrava alla dimora all'ora in cui io ne uscivo. Infine ingranai la marcia e m'avviai lungo l'asfalto su cui si squagliavano i fanali, e mi tenni per me il seguito inespresso delle mie lagnanze. 


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