domenica 3 marzo 2013

Comunque vada




Ho approfittato del primo sole di marzo per portare fuori la tela e farle prendere aria e luce naturale, che male non le fa. È una consuetudine alla quale do il via più o meno in questo periodo dell'anno: se il tempo è buono piazzo il cavalletto in giardino, preparo la tavolozza e in tre o quattro viaggi apparecchio l’intero armamentario. Temperatura permettendo, via anche la maglietta, ché è un sollievo. Appena il sole accenna a toccare la punta degli alberi e l’aria si fredda quasi di colpo, smonto tutto e torno in casa.

Non dipingevo da un bel pezzo. Direi più di un mese. In ambito pittura ho rallentato, perché non è solo questione di trovare il tempo per dipingere: si tratta di trovare la dimensione mentale, lo stato d’animo giusto. Ora lo so. Prima andavo a caso ma non avevo ben chiari alcuni banali principi di causa ed effetto. Ora mi accorgo che non si tratta semplicemente di avere un tot ore libere: si tratta di imporre ai gesti e ai pensieri un ritmo diverso. E per farlo devi un po’ distaccarti da tutto il resto.  

Fino a qualche tempo fa cercavo di dipingere in tutti i momenti disponibili, tra un impegno e un altro. Mi piaceva anche, l’idea di quella corsa incessante e di tutti quei minuti sfruttati fino all’ultimo, non mi fermavo mai. Poi mi sono reso conto che, almeno per quel che riguarda la pittura, tre ore in un indovinato pomeriggio di domenica valgono molto di più rispetto alle varie orette e mezz’orette strappate a morsi alle giornate. 

La provvisorietà e il continuo tener d’occhio l’orologio non giovavano alla pratica del dipingere. Forse quella fregola, quella costanza, quel metodo che prevedeva, diciamo, un tot pennellate al giorno cascasse il mondo, poteva giovare al quadro, in termini di avanzamento del lavoro, ma non giovava per niente a ciò che dal quadro mi attendevo. Perché, si sarà capito, di portare a termine un dipinto me ne importa in misura minima. So che quando l’avrò finito non mi prenderò nemmeno la briga di incorniciarlo; al massimo gli dedicherò uno spazio qui sul blog, poi me lo scorderò e passerò ad un altro. Lo scopo della pittura, per quanto mi riguarda, sta nell’atto stesso del dipingere. In ogni singola pennellata più o meno riuscita: nell’incazzatura per una luce che non brilla abbastanza o nella gratificazione di un ombra che attraversa la tela in profondità, nella rivelazione di quell’ultimo, decisivo tratto di colore che fa la differenza tra l’accettabile e l’inguardabile, tra il promettente e il dimenticabile. 

Per me il senso della pratica della pittura sta nel metronomo interiore che cambia tempo; e se questo non succede è tempo perso. Il senso sta pure nell’audiolibro che ascolto o ancora più banalmente sta nelle cose a cui penso mentre mischio i colori, che sono cose diverse dalla solita fuffa rimasticata. Il senso sta tutto in quel cambiamento d’identità e di qualità inconscia che, essendo faccenda interiore, altri non vedrebbero ma io l'avverto eccome, quando funziona. Altrimenti è mestiere, non poesia; metodo, non creazione; è rammarico per un obiettivo mancato, non un gesto spontaneo di riuscita. 

Il dipinto, alla fine, è un effetto collaterale. E questo vale in ogni caso, comunque vada, comunque sia. 

1 commento:

  1. Quando sono sopraffatto dalle preoccupazioni, ripenso a un uomo che, sul suo letto di morte, disse che tutta la sua vita era stata piena di preoccupazioni, la maggior parte delle quali per cose che mai accaddero.

    Winston Churchill

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