venerdì 17 maggio 2013

Six Feet Under - Impressioni a caldo

Nota 1: il post contiene spoiler.
Nota 2: il post parla di morte. Io vi ho avvisati. 


Molti di quelli che vivono meritano la morte, 
e molti di quelli che muoiono meritano la vita. 
Tu sei in grado di valutare, Frodo? 
Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. 
Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti.

(Gandalf, La compagnia dell'Anello)




Dopo sette stagioni di Dexter, vedere Michael C. Hall infilare la lingua in bocca ad un marcantonio di colore sulle prime fa un po' strano, a dir poco. Succede, se subito dopo gli ottanta e rotti episodi di Dexter scopri di non averne avuto ancora abbastanza del faccione da sberle di Michael, e ti scarichi, tanto per cominciare, la prima stagione di Six Feet Under; nella quale egli non è più Dexter Morgan, il tuo serial killer preferito,



 bensì David Fisher, un rigido e compassato becchino omosessuale.



A parte questo dettaglio, Michael C. Hall è stato il motivo per cui mi sono avvicinato alla bellissima Six Feet Under, oltre al fatto di averne sentito parlare come di una serie di alto livello, originale e soffusa da un vago umorismo nero. Quanto all'originalità non ho nulla da obiettare, ma dopo dieci episodi posso dire che se l'umorismo nero c'è, probabilmente sono io a non saperlo cogliere del tutto. Nello specifico, comunque, non è qualcosa di cui senta la mancanza. 

La Fischer & Figli è una impresa di onoranze funebri gestita da Nathaniel e dal figlio David (Michael C. Hall, appunto); le vicende della serie prendono l'avvio dal rientro in città del figlio maggiore Nate e dalla quasi contemporanea morte del capofamiglia in un incidente a bordo del suo carro funebre; un inizio travolgente, se mi passate il becero gioco di parole. I due fratelli ereditano, quindi, la gestione dell'impresa. Sulle prime entrambi sembrano scontenti dell'eredità, in quanto Nate non ha mai sopportato quel particolare settore d'impiego, prendendo le distanze, mentre David, essendo rimasto accanto al padre durante tutti quegli anni, mal sopporta di dover dividere il lascito col un fratello a suo giudizio scapestrato e superficiale. Questo l'avvio.

Six Feet Under è una serie con le spalle larghe, profonda, stratificata e nello stesso tempo leggera, persino subdolamente carezzevole, malgrado l'argomento trattato; perché oltre che di amore, di famiglia  di articolate dinamiche affettive, oltre che di religione e di omosessualità, parla anche e soprattutto di morte. E benché la morte non sia certo uno dei miei argomenti preferiti, sto andando avanti, sono quasi in fondo alla prima stagione. Inoltre, siccome ho un modo tutto mio di accostarmi a film o serie tv e non temo granché lo spoiler, ho già letto la trama fino alla fine della quinta e ultima stagione e quindi so; so che oltre ad iniziare con la morte ed avere un decesso all'inizio di ogni puntata, finisce anche con la morte (anzi, le morti) in quello che si preannuncia essere uno dei migliori ending mai visti. 

Tuttavia mi domando se sia il caso di continuare a seguirla, e il mio dubbio non ha nulla a che vedere con il fatto di conoscere già il finale. Di Six Feet Under mi esalta la costruzione magistrale della storia, la qualità della scrittura, la vivacità dei dialoghi, e più di ogni altra cosa la caratterizzazione dei personaggi  (non ce n'è uno che sia banale o monodimensionale) ma anche, appunto, il tocco leggero e rispettoso con il quale si passa attraverso argomenti delicatissimi come la morte e l'elaborazione del lutto per arrivare a raccontare soprattutto la vita dei vivi e la fragilità di questa. Ma per quanto mi riguarda non posso fare a meno di chiedermi se il pelo sullo stomaco che credevo di avere esista davvero o se non sia, per caso, una mia invenzione. 

Il problema non è la morte in sé per sé; anche in Dexter la morte era un argomento centrale. Se l'avete seguita anche in parte saprete che il sangue abbondava. Nell'economia di una serie che aveva come protagonista un atipico serial killer, la morte finiva per essere il giusto prezzo da pagare da parte di chi si era, a sua volta, macchiato di omicidio. Un concetto eticamente discutibile finché si vuole, ma perfettamente funzionale nell'ambito della finzione. Ed era affascinante sorprendere sé stessi a fare il tifo per un assassino seriale.

Il problema è che Six Feet Under colpisce a volte duramente e in profondità, e trovo che faccia male  proprio perché la morte di cui parla non arriva da un ipotetico mondo lontano popolato da serial killer e cinici esperti della scientifica; al contrario, è qualcosa di insopportabilmente prossimo, troppo vicino perché la si riesca a guardare senza averne timore. Lo stesso Nate Fisher, il protagonista, ammette più volte di essere terrorizzato dalla morte, ed è proprio questo il motivo per cui egli si è allontanato dal padre e dal suo funebre lavoro. In Six Feet Under la morte non colpisce solo i cattivi, e questo, devo dire, ho faticato a mandarlo giù.

Esco da ogni puntata come da un'esperienza di contagio, impregnato fradicio, si può dire, a volte commosso, più spesso d'umore ambiguo e con in mente pensieri che solo un attimo prima semplicemente non avevo. O magari c'erano, ma a livello cosciente non li percepivo, e mi andava bene così. Ogni volta che spengo la tv guardo l'orologio e mi dico che forse potrei vederne un'altra puntata, prima d'andarmene finalmente a letto, perché la storia è avvincente e ne voglio ancora; e nello stesso tempo mi domando chi me l'abbia fatto fare, di vedere l'episodio appena concluso. Perché un po' ci sto male, onestamente. Specie da quando ho rinunciato ad ogni intermediario alcolico, ed ora sono solo io, disarmato e completamente lucido, di fronte alla perfezione registica e all'interpretazione magistrale, ma anche al cospetto della pur banale verità che ad ogni puntata non manca d'essere ricordata: finché si è vivi la morte è parte della vita e solo i morti non se ne curano più.

Ed è una cosa, questa, che con Dexter non mi succedeva mai.


2 commenti:

  1. prima considerazione spontanea:- Allegriaaaa ....

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  2. E invece secondo me ti piacerebbe. E comunque, quattro punti di sospensione invece di tre... non ti riconosco più.

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