sabato 20 luglio 2013

Ossi e carezze

"Non vorrei vederti andar via, ma mi piace quel che vedo"
(Castor Troy, Face Off)


E così, dopo tutta questa strada, dopo una vita o più di una, dopo la famiglia e la rinascita e l'università e le vittorie e le sconfitte e le cadute e le risalite, e le paure e le incertezze e gli errori e le botte di culo, dopo le andate e i ritorni e gli schiaffi non voluti e presi e gli schiaffi non voluti e dati, e le promesse che iniziano con "mai più...",  eccomi di nuovo qua, esattamente al punto di partenza. Mi comporto come mi comportavo a diciassette anni. Sono di nuovo l'amico più caro della più carina della classe, e lei - a differenza di me per nulla fuori sincrono - mi confida le sue pene d'amore per un altro e io pur d'esser lì ascolto le di lei lagnanze e comprendo e sono molto saggio nei consigli, e partecipe anche, e a volte ho persino la parola giusta e mi guadagno la mia carezza. Ma il problema non è questo, perché vedi, caro diario, il problema è che in parte mi faccio pena, ma in gran parte mi ci diverto un casino lo stesso. Proprio come ai vecchi tempi, uguale. 

* * * 

Stasera seratona con l'amico M. della palestra. Nello spogliatoio mi dice: andiamo a farci un galletto mugellese! E io non mi tiro certo indietro, anche perché l'amico M. in quel frangente è senza mutande e io non voglio proprio che resti lì davanti a me ad insistere. Del resto il galletto è asciutto e proteico, l'ideale dopo i pesi. Però una volta lì, con l'appetito delle undici di sera, cadiamo nel tranello dei tortelli di patate. Ché un po' di carboidrati non guastano, concordiamo. Sai com'è, dopo i pesi... Alla fine ordiniamo pure l'antipasto con le ficattole e il formaggio. Che fogne. 
Ci scegliamo un tavolo, ci sediamo e aspettiamo che chiamino il nostro numero, ci si mette gomito a gomito, non di fronte, spalle all'Arno, avessero a scambiarci per fidanzatini. E visto che siam lì speculiamo sul vai e vieni di una cameriera, come nella canzone dei Pooh, solo con dei jeans molto più stretti e un didietro che lévati. Concordiamo sul fatto che sia uno dei culi più belli del mondo. Nevvero, dottore? Certo, architetto! Brindiamo. E mentre i vuoti di Moretti aumentano attorno a noi mandando a puttane mesi di esercizio fisico, io decido che voglio rinascere jeans. E vestire stretto. M. concorda, pure a lui gli garberebbe, eh eh eh! Brindiamo di nuovo. Ma poi gli squilla il telefono e me lo perdo per un quarto d'ora. Durante il quale sorseggio la mia Moretti e gioco e parlo con il cane di chissà chi apparso da chissà dove, che è venuto da me e mi guarda supplice e un poco strabico. Infine realizzo che la bestia non è mossa da specifica simpatia nei miei riguardi ma dal preciso interesse per le spoglie del mio galleto. Come ho fatto a non capirlo prima? Gli lancio un osso che nemmeno tocca terra. Nel frattempo la band esaurisce la scaletta, grazie a Dio. Finita la telefonata l'amico M. ha una botta di entusiasmo dovuta, credo, al mix non più tanto abituale di carboidrati proteine e alcol e mi dice: cazzo, siamo forti! Certo, dico io. Siamo grossi, diobbòno, dice lui. Assolutamente, dico io. Levo il calice di plastica con tre dita di birra residua e brindiamo. La cameriera coi jeans è sparita. Il cane ha finito i miei ossi. La luna, invece, quella più o meno è sempre lì. 

* * * 

Infine, caro Diario, arriva la padrona del cane e guarda un po', è proprio la cameriera coi jeans stretti e il sedere magnifico. Con tutta la gentilezza del mondo mi dice di non dar da mangiare gli ossi al cane, ché gli potrebbero fare male. Io spero che lei non noti il fatto che è un po' tardi per quelle raccomandazioni, dal momento che il cane s'è pappato pure gli ossi di M. Questa storia degli ossi che farebbero male ai cani devo averla già sentita. Guardo il cane, il cane guarda me. Lui lo sa che gli ossi potrebbero essere l'ultima cosa al mondo alla quale avvicinarsi? E anche lo sapesse, come potrebbe remare contro la sua natura? Stupido cane, penso, non capisci proprio un cazzo. Mi rivolgo alla cameriera e le dico che tuttavia il cane mi sembrava felice, mentre gli davo gli ossi. Mi piaceva vederlo felice, dico. Certo dice lei, ma è felice anche con una carezza, vedi? Fa una carezza al suo cane, e devo riconoscere che è vero, la bestia ha proprio l'aria felice. Poi vanno via entrambi, il cane scodinzola e lei... beh, lei no. 

- Che si fa? - mi chiede l'amico M. - Si va a La Terrazza? 
- Si va a casa - dico io. E ci alziamo. 

Sigla. 




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