martedì 20 agosto 2013

Stavolta Parigi


Quindi siamo a far bagagli, ecco qua. Intanto penso che il mio francese è di gran lunga peggiore del mio inglese già di per sé inesistente. Per me e mio padre Parigi è una città un po' speciale, ma in fondo per chi non lo è? Ne parlavo giusto venti giorni fa in palestra con una ragazza, dandomi arie da viaggiatore, col tono consumato (quasi annoiato) di chi a Parigi ci va ogni settimana, ma non credo d'averla convinta; le donne hanno fiuto per certe cose, le donne hanno fiuto quasi per tutto.

A Parigi ci sono stato altre volte, prima o poi ne parlerò. In occasione dell'ultimo viaggio ero con padre e fratello; credo in effetti che fosse stato proprio papà a regalarci quel viaggio. Fu una bella esperienza caratterizzata poi da un piccolo inconveniente finale. Avete presente quel vulcano islandese dal nome impossibile che eruttò paralizzando i voli di mezza Europa? Successe poco prima che cercassimo di tornare in patria. Restammo praticamente bloccati a Parigi quattro giorni in più, inspiegabilmente seccati dalla faccenda (in effetti dovevamo tornare a rispettivi lavori, e il fatto di avere un alibi così apocalittico non faceva presa sul nostro insensato senso di responsabilità; né peraltro aumentava la nostra disponibilità economica).

Alla fine tornammo in treno, uno strazio interminabile. In viaggio facemmo conoscenza con Eric, un corpulento programmatore di computer di Perth; non ricordo più cosa l'avesse portato a Parigi, né perché stesse guarda caso studiando la lingua italiana. So solo che era ben felice di fare il viaggio con tre italiani, avrebbe potuto esercitarsi, che bellezza. Eric era simpatico, ma quella fu l’oziosa conversazione da treno più estenuante cui abbia mai partecipato, di gran lunga peggiore di certe confidenze non richieste durante le sussultanti notti negli Espressi notturni a lunga percorrenza. Inoltre credo che se non fosse stato per quel poco di inglese di mio fratello non saremmo andati molto oltre le presentazioni. Grazie a Dio era notte, e finalmente fu il momento di aprire le cuccette e dormire. Ma all'epoca pesavo una ventina di chili in più, ero un barile e russavo come un trattore alimentato con la dinamite: dividere con me il compartimento era garanzia di insonnia. Difatti la mattina dopo mio padre teneva il muso lungo, come sempre quando non ha chiuso occhio, ed Eric aveva gli occhi gonfi per il sonno perso, ma almeno aveva l'esilarante ricordo dei calci che mio fratello mi aveva rifilato con cattiveria durante la notte, lanciando il piede dalla sua cuccetta, nella speranza che smettessi di strozzarmi. Per la verità io non m'ero accorto di nulla ma venendo a sapere dei calci avevo guardato mio fratello con aperta perplessità chiedendo: "Ma... bastardo, potevi svegliarmi e chiedermi di girarmi, voglio dire, cazzo, perché i calci?".

- Col frigo funziona! - si era giustificato lui.  

Un annetto dopo Eric sarebbe venuto a trovarci a Firenze, insieme alla moglie e ai due figli adolescenti. Mia cognata lo volle a cena e, tenetevi forte, io mi incaricai di cucinare le verdure, proprio così. Ero diventato single da poco e in quelle settimane mi piaceva fingermi autonomo al punto da dilettarmi in cucina, povero me. Ma a quanto pare quella sera me la cavai. Fu una fortuna che avessi pensato alle verdure, perché fu praticamente l'unica cosa che vollero assaggiare, spaventati dall'abbondanza del banchetto preparato da mia cognata. Alla vista delle sue ottime lasagne (lo erano davvero) reagirono come le scimmie di 2001 alla vista del Monolito Nero. Forse erano vegetariani, impossibile capirlo, perché l’italiano di Eric non era migliorato molto, nel corso di quell’anno. O forse non mangiavano granché d’abitudine. Tuttavia ancora oggi non so se fossero semplicemente a dieta o se piuttosto non abbiano perso l'appetito mentre li accompagnavo in macchina alla nuova casa di mio fratello, fulminati dallo shock di vedermi parlare al cellulare mentre guidavo. Peraltro guardando il navigatore. Credo di non aver mai sentito sibilare un “Oh, my God!” più accorato e sincero di quello che scappò ad Eric, il quale si teneva alla cintura di sicurezza con due mani. E meno male che andavo piano.

* * *

Ma mi rendo conto solo ora di aver divagato, e di brutto. L’australiano Eric non avrà assaggiato le lasagne di mia cognata (nel frattempo divenuta ex-cognata), in compenso s’è pappato tutto il tempo a mia disposizione. L’idea è di fare un tuffo in acqua prima di partire, ma dubito di riuscirci, a questo punto. Devo finire di fare la valigia.

* * *

Un'ultima cosa: ho lasciato al mio blog l’ordine di pubblicare un paio di post che dovrebbero apparire spontaneamente nei prossimi giorni. Nulla di che, sono citazioni da libri che sto leggendo e non hanno nulla a che vedere con me, con voi o col viaggio. Le avevo preparate ieri ma poi mi è piaciuta l'idea del post programmato. Sono brani che mi hanno colpito e basta; è quel genere di roba che quando la leggi pensi: “Cristo, perché non l’ho scritto io?”

Quindi a presto. Questo post dovrebbe pubblicarsi da sé alle nove e nove di domani mattina, il futuro rispetto al momento in cui l’ho scritto, il passato per voi che leggete. Se non ho sbagliato i calcoli, quando apparirà, se apparirà, dovrei essere da qualche parte nel cielo. Guardate in alto.

Ultimissima cosa: di solito quando metto un post me lo rileggo millemila volte per stanare refusi ed altri errori. Ce ne sono sempre. Stavolta non lo posso fare, quindi se trovate refusi ed altri errori: nun me rompete.


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