L'estate del 1993 fu caratterizzato da quella vaga ansia anticipatoria che precede un viaggio. Dopo l’inaspettato voto brillante della maturità in famiglia girava voce che avrei fatto Architettura a Firenze, e benché avessi sostenuto pure il test d'ammissione, tutta quella faccenda dell'Università continuava a sembrarmi irreale e lontana, come riguardasse altri. Poi una mattina, non ricordo più in che modo, io e mio padre venimmo a sapere che avevo passato il test di ammissione, e di colpo Firenze, l'Università, Tutto Quanto divennero una realtà precipite. E non avevo un alloggio, non ancora. Mio padre si mise al telefono per tutta una mattinata, interpellando varie sue conoscenze, soprattutto colleghi ed ex allievi che erano andati a studiare lì, ma presto fu chiaro che avevamo sottovalutato la questione. Dopo numerosi tentativi a vuoto, però, riuscì a trovare un posto letto ancora disponibile, forse non un granché, mi disse, ma meglio di niente: si trattava di una stanza in un convitto di Frati Servi di Maria.
- E sono pure ateo... - avevo buttato lì. Lui mi aveva ignorato, non una novità.
Mi spiegò
d'aver parlato al telefono con un signore che si era presentato come Lorenzo.
Lorenzo gli aveva detto che il posto ci sarebbe stato ma che loro, nel
convitto di Sette Santi, non erano abituati ad accettare un nuovo
inquilino senza prima averlo conosciuto. Bisognava assicurarsi che
fossi un ragazzo a posto, adatto all’ambiente, insomma, non era cosa da poco. Bisognava andare lì, farsi annusare, non si poteva fissare il
posto per telefono. Siccome quella stanza ci serviva, non ci parve il caso di discutere e in ogni caso quella ostentata selettività doveva essere sembrata rassicurante, almeno a mio padre. C'era da capirlo: il suo inaffidabile trasognato e
immaturo primogenito stava per lasciare per la prima volta la casa natia, tanto
meglio se fosse andato a vivere in un posto in cui non prendevano il primo drogato che passava da lì.
Papà decise di
anticipare la partenza e non volendo lasciar nulla di intentato mi spedì dal
parrucchiere; il quale mi fece un sacco di domande e un imbarazzante taglio da
bravo ragazzo, con la riga di lato. Dopo i capelli fu la volta dei vestiti, e
anche questi, nell'insieme, intesi a conferirmi un'aria da bravo ragazzo.
La notte successiva io e mio padre eravamo in treno, infagottati scomodi ciascuno nella
propria cuccetta dandoci le spalle e tenendoci il muso, come facevamo
tutte le volte che trascorrevamo insieme più di venti minuti.
Dal canto mio tardavo ad
addormentarmi. Avevo sopportato il rituale di quel ridicolo travestimento da-bravo-ragazzo con la stessa pazienza con cui le montagne più alte sopportano le
nevi perenni. Di lì a qualche giorno, pensavo, avrei avuto modo di
pettinarmi come avessi voluto, e sarebbe stato solo l'inizio. Avrei
condotto una vita indipendente, mi dicevo. Avrei fatto le mie scelte, avuto i
miei orari. Ero alle soglie dell'ignoto, stavo per superare le Colonne di
Ercole, mi si spalancava davanti un oceano di opportunità, una nuova vita. Ogni
volta che ci pensavo, avvertivo un vuoto allo stomaco. Ero
ottimista: fino a quel punto me l’ero cavata alla grande, mi dicevo. Il voto della maturità mi aveva fruttato un sacco di celebrazioni, e avevo passato il test d'ammissione a primo colpo - due miei amici non ce l'avevano fatta. Ero
autorizzato, per la prima volta in vita mia, a sentirmi un vincente?
Magari sì. E forse nel contesto giusto lo sarei diventato per davvero.
Ma mentre il
treno sferragliava nella notte, a togliermi il sonno non era solo l'eccitazione
per l'epocale cambiamento. Sapevo quello che stavo realmente facendo: stavo
fuggendo da casa. Non andavo fiero di quel pensiero, ma era la verità. Stavo
cercando scampo dallo sguardo eternamente disapprovante dell'uomo che dormiva
nella cuccetta alle mie spalle. E lo stavo facendo nell'unico modo in cui sarei
stato capace di farlo: innanzitutto coi suoi soldi, e poi, naturalmente, da bravo ragazzo. Quella pettinatura, tutto sommato, me l'ero meritata.
* * *
Il convitto
era una costruzione oblunga di tre piani attigua alla chiesa dei Sette Santi.
Dalla strada era visibile una parete uniforme con file di finestre identiche.
Erano le otto e mezza di mattina quando attraversammo il cancello di ferro
battuto e Lorenzo ci venne incontro come una sagoma in bianco e nero incollata
su uno sfondo a colori. Fui deluso innanzitutto dal suo aspetto dimesso: mi ero aspettato un uomo
all'altezza delle sue pretese verso il prossimo, invece mi si presentava un
vecchietto curvo con la pelle diafana e una polo verde chiusa fino al collo; il
completo grigio che indossava doveva essere più vecchio di me. Poi non mi considerò granché, altro che valutarmi. Mi diede una
stretta di mano molle e sbrigativa e saluto mio padre con deferenza. Infine ci fece strada attraverso il cortile fino
alla bocca scura del portone d'ingresso.
Il piano
terra ospitava la portineria, ci spiegò, indicando l'angusta guardiola. Ci disse anche che le telefonate in
entrata sarebbero passate dal centralino, e passare le chiamate ai piani era una
delle sue mansioni, sottolineò: per le chiamate in uscita gli ospiti avevano a disposizione
ben due telefoni a schede. Dal piano terra si entrava anche
direttamente in chiesa, ci disse con tono rassicurante, come prevedendo che
avessi avuto bisogno di una confessione nel cuore della notte. Aggiunse che
naturalmente, trattandosi di un convento, ci sarebbero state alcune
regole alle quali un bravo ragazzo come me non avrebbe
faticato ad adeguarsi. La prima: non erano ammesse visite femminili, nemmeno di
giorno. Per la verità anche le visite maschili non erano incoraggiate. In
secondo luogo, ci disse, indicando il portone da cui eravamo appena entrati, la
portineria restava aperta fino a mezzanotte; a mezzanotte e un minuto il portone
sarebbe stato sprangato e così sarebbe rimasto fino alle
sei del giorno successivo, senza eccezioni.
- E se
qualcuno resta fuori? - avevo domandato, guadagnandomi un'occhiataccia da parte di mio padre.
- Ma no! - disse Lorenzo - Chi
rientra prima di mezzanotte non resta fuori!
Entrammo in
ascensore. Era un cubicolo rivestito di formica blu nel quale in tre ci si stava appena. Lorenzo premette il tasto 2. Il primo piano era occupato dai pochi frati superstiti e non ci interessava, disse Lorenzo. L'ascensore si scrollò e prese a salire con l'energia di un
novantenne che affronta le scale. Arrancò nella
sua scalata, infine si fermò con uno scossone di sollievo. Le porte si aprirono
su un corridoio che pareva uscito da un film di Dario Argento, per esempio Phenomena, quando la Connely ha le sue crisi
di sonnambulismo. Qualche anno dopo avrei scritto un racconto su uno studente
omicida, ambientandone buona parte in quel corridoio.
Pareti bianche,
porte marroni, numerate, un’impalpabile corrente di desolazione, subdola come
uno spiffero.
Lorenzo ci
spiegò che tutto il secondo piano e tutto il
terzo piano erano a disposizione dei ragazzi. Su ciascun piano
c'era una cucina. Ce la fece vedere. Era una stanzetta quadrata, piastrellata
di bianco e conteneva un cucinotto a gas solitario e un lavabo a due vasche;
c'era un frigo e al centro della stanza un tavolo col piano di formica verde ed
esili gambe di metallo con la cromatura scrostata.
Siccome Lorenzo si
rivolgeva sempre a mio padre, non a me, io non lo stavo praticamente più a
sentire. Dentro di me aggiornavo i miei arditi sogni da fuggiasco, che fino a poco prima avevo ambientato in luoghi molto più allegri e appena più vivaci.
Preceduti da
Lorenzo eravamo infine arrivati in fondo al corridoio, fermandoci davanti alla
porta numero 10. Sotto la targhetta del numero c'era una seconda targa più
grande, di alluminio sbalzato, come quelle delle auto: riportava il nome Boris.
- Questa? - domandai, indicando la targa.
- E'
Boris... - rispose Lorenzo - il ragazzo che abita qui.
- Ma è una
stanza doppia?
- Sì - disse
Lorenzo, trafficando col suo mazzo di chiavi. Aggiunse che in doppia,
insieme a Boris, mi sarei trovato benissimo. Il ragazzo faceva Architettura,
come me. Mi sarebbe piaciuto.
- Noi
eravamo interessanti ad una singola - gli ricordò mio padre. Era ciò di cui
avevano parlato al telefono meno di ventiquattro ore prima. Lorenzo per tutta
risposta vagheggiò che in effetti ci sarebbe stata una camera
singola, era quella alle nostre spalle, sull'altro lato del corridoio, la
numero 11.
- Ed è
disponibile? - chiese mio padre.
- No -
rispose Lorenzo. - Cioè, l'inquilino è andato via, però... - rimase vago.
- Possiamo
vederla? - chiesi.
Acconsentì palesemente controvoglia. Così, prima di mettere piede nella stanza numero 10, la doppia con Boris, ci
lasciò dare un’occhiata alla 11.
C'era un
finestra con gli scuri accostati e una lampadina ad incandescenza che pendeva
solitaria dal centro del soffitto altissimo. I mobili vecchi e malmessi
consistevano in una scrivania, un nudo materasso d'epoca, un armadio ad anta
singola e nemmeno una sedia. Sembrava la stanza di uno ospizio appena sgombrata
dai parenti del defunto.
Comunque non
mi dispiaceva. L'avrei sistemata io. Dissi a Lorenzo che la 11
mi andava benissimo, potevo averne le chiavi? Lui,
sempre più sul vago prese a favoleggiare di non meglio precisate procedure di
assegnazione, lasciando intendere che non fosse cosa da prendere alla leggera,
si sarebbe dovuto valutare, vedere, sentire... forse
qualche altro ragazzo, uno con problemi, ne avrebbe avuto
bisogno più di me. Ma, ci assicurava, avrebbe fatto del suo
meglio per accelerare i tempi, avrebbe personalmente parlato con i Frati, avrebbe
messo una buona parola eccetera. Mi esortava alla pazienza.
Solo alcune settimane dopo avrei saputo, da altri inquilini, che quelle complicazioni semplicemente non esistevano. Assegnare le stanze a sua discrezione era il modo in cui Lorenzo, ad ogni occasione, tentava di esercitare una autorità di cui nessuno lo aveva mai investito; esattamente come quella faccenda di selezionare con cura gli ospiti entranti.
Nell'anno
successivo ne avrei sentite molte altre, su quello strambo individuo. La mia
preferita è quella relativa all'abitudine di Lorenzo di non passare le
telefonate agli inquilini, quando queste provenivano da esponenti del sesso
femminile. Non avrebbe permesso a quelle puttanelle di rovinare i
sui ragazzi.
Quella
mattina, però, né io né mio padre sapevamo di avere a che fare con un portinaio affetto da manie di controllo, così prendemmo per buone le sue
stronzate. L'importante era
essere a bordo, ci sarebbe stato tempo per i dettagli.
Mentre
Lorenzo continuava a cianciare rivolgendosi sempre e soltanto a mio padre, un
mobile basso e di strana foggia attrasse la mia attenzione: era una cassettiera
poco profonda e color marrone come il resto del mobilio; lungo la base
c'era una infelice sporgenza di una ventina di centimetri.
- Non sarà mica un inginocchiatoio! - dissi.
- Sì, -
disse Lorenzo. - Siamo in un convento. - Aggiunse, quasi offeso. La visita era finita e ci fece cenno di seguirlo
fuori. Prima di uscire mi avvicinai all'armadio e lo aprii, non mi
interessava il contenuto, lo feci solo per indispettire Lorenzo. Sul lato
interno dell'anta era stata fissata, con una puntina da disegno, una fotografia
in bianco e nero di trenta centimetri per lato. Era un primissimo piano
di Marcellino,
l'espressione patetica, gli occhi languidi al cielo. Oh, Cristo! pensai.
Probabilmente era la stessa cosa che stava pensando il bambino nella foto. Il vecchio inquilino doveva essere stato il pupillo di Lorenzo, se si teneva in armadio una foto simile. Guardai mio padre, che era inespressivo. Poi Lorenzo, che sembrava compiaciuto. Per qualche secondo nessuno parlò.
* * *
Lasciammo la
11 ed entrammo quindi nella 10. La stanza di Boris era nel caos. Il caos si
estendeva ben oltre la linea immaginaria che avrebbe dovuto separare la sua
zona da quella del suo futuro compagno di stanza. In compenso il “mio” materasso era
perlopiù sgombro. Mio padre si guardava intorno poco convinto. La stanza di
Boris, coi vestiti rovesciati in giro, con le scarpe e le scartoffie disseminate
a caso e con l'armadio spalancato su stoffe variopinte, era agli antipodi di
qualunque cosa egli potesse immaginare consona ad uno studente. Pensai si
stesse domandando se i genitori di quel Boris sapessero che il
loro figliolo teneva la stanza in quel modo. Scartoffie a parte, non si vedeva
nemmeno un libro, nemmeno uno. Sul tavolo c'era una portacenere col mozzicone
spento di una sigaretta arrotolata a mano. Lorenzo si giustificò dicendo che il
ragazzo era un po' disordinato, del resto faceva Architettura.
Lorenzo assicurava che avrebbe parlato col ragazzo, appena l'avesse
visto. Lorenzo disse che il ragazzo non si faceva vedere da almeno
tre giorni, non era stato avvisato del mio arrivo, altrimenti avrebbe messo un
po' a posto.
- Che te ne
pare? - mi chiese papà, col tono di chi ne ha abbastanza.
- Bà! - dissi io, semplicemente.
Sulla parete
accanto al suo letto Boris aveva incollato l'una accanto all'altra tutte le
carte dei tarocchi, fino a formare un pannello largo un metro. Anche se mi ero già affezionato all'idea di avere, per
la prima volta nella vita, una stanza tutta mia, dovevo riconoscere che quel
disordine era una vivace testimonianza di vita, in contrasto con la desolazione
della stanza 11. E la strana composizione di Tarocchi era sempre meglio di un
poster con Marcellino, pensavo. E a
farla breve accettai.
* * *
Uscimmo da
Sette Santi senza parlare. Il problema dell'alloggio era risolto, anche se per
certi aspetti ero deluso. D’accordo, sembrava il luogo ideale per
studiare: c'erano altri studenti, tranquillità in abbondanza e un vasto
giardino sul retro con tanto di campetto da calcio. Ma c'era qualcosa di
deprimente, in quel luogo: un'atmosfera claustrale e sonnacchiosa che evocava
studenti pallidi come fantasmi, un'aura che aveva un retrogusto polveroso di
rassegnazione all'incedere del tempo. Sono entrato a Sette Santi più di
trentadue anni fa, fantasticai, e da allora non riesco più ad
andarmene...
Anche mio
padre era deluso? Anche fosse, non me l’avrebbe confessato.
Uscimmo dal
cortile, dirigendoci alla fermata del Diciassette, dall'altro lato di Viale dei
Mille. I miei bagagli erano ancora in
stazione ma alle dieci del mattino era troppo presto per andarli a
ritirare. Passammo il resto della giornata a sbrigare le pratiche per
l'iscrizione e altre cose, scarpinando un sacco. Durante il pomeriggio
decidemmo che io sarei potuto rimanere a Firenze, tanto per ambientarmi un po'.
Quanto a lui sarebbe ripartito quella
stessa sera. Andammo in stazione a fare il biglietto e siccome c'era tempo, disse
che mi avrebbe dato una mano a portare le valigie fino a Sette Santi. Prendemmo
di nuovo il Diciassette.
Ci sedemmo
ai lati opposti. Stava facendo buio ed io guardavo fuori dal finestrino scuro, mettendo a fuoco ora il
mio riflesso ora la strade che si illuminavano dì là dal vetro, cercando forse di stabilire un
legame tra le due cose, la mia faccia nel riflesso e la città ancora
indecifrata poco oltre. Un susseguirsi di strade, di portoni, incroci e
semafori e vetrine, scorci disuniti, privi di topografia. Un viale alberato,
uguale agli altri... Quei luoghi mi sarebbero presto stati familiari, pensavo. Ci sarebbe voluto solo del tempo. Nelle ultime settimane avevo pensato a Firenze come ad un punto d'arrivo, non avevo guardato molto oltre.
Nell'autobus
sussultante mi domandai che fine avesse fatto il mio entusiasmo, quel senso di vuoto allo stomaco non proprio spiacevole che non m'aveva fatto chiudere occhio la notte prima; forse era solo la stanchezza, ma in quel momento avvertivo solo il peso di una
non meglio precisata responsabilità. E qualcosa di più: un flebile, inconfessato sentore
di vergogna per me stesso. Mio padre, evidentemente stanchissimo, se ne
stava seduto poco lontano in quell'autobus quasi vuoto, con le mani in
grembo e una delle mie valigie tra i piedi, assorto in pensieri tutti suoi. E
poche ore prima il suo annuncio di volersene partire in serata m’era parsa a
tutti gli effetti una buona notizia. Guardai il bravo ragazzo specchiato nel
vetro, con gli occhi grandi e i capelli sulla fronte, poi l’uomo di
cinquant'anni alle sue spalle; il quale sperava che suo figlio, quel gran bravo
ragazzo, diventasse qualcuno.
Cercai di distrarmi con pensieri pratici.
Come prima cosa avrei dovuto prepararmi il letto, naturalmente. Una
scocciatura, ma sapevo come fare. Avevo le lenzuola bianche in valigia: avevo
chiesto a mia madre di ricamare le mie iniziali su un angolo di ciascun
lenzuolo; oggi non so dire perché ma all'epoca m'era parsa una buona idea,
forse mi ero immaginato lavatrici in comune e confusione. Intanto a Sette Santi la
lavatrice nemmeno c'era. Sempre a mia madre avevo chiesto delucidazioni su come
e cosa stirare, qualche altra cosa gliela avrei potuta chiedere
per telefono.
A quell'ora
mia madre stava preparando la cena per lei e mio fratello, apparecchiando il
tavolo eccezionalmente per due. Dall’indomani avrebbe apparecchiato per tre, solo per tre. Non ci
avevo mica pensato, a queste cose qua. Avevo pensato a tutto, durante quella
giornata, ma poco a mia madre e ancora meno a mio fratello. Non avevo pensato a nessuno,
quel giorno, tranne che alle mie esaltate fantasie di indipendenza.
Quella mia faccia specchiata nel vetro non mi stava facendo particolare
simpatia.
* * *
Infilammo le
valigie nell'ascensore claustrofobico e raggiungemmo la stanza 10. Boris
ancora non c'era, ma a giudicare da lievi modifiche nel frattale del suo
disordine probabilmente era stato lì durante il pomeriggio, ad introdurre nuove
variabili nell'equazione caotica di quella stanza.
Mio padre
confermò arricciando il naso: - C'è puzza di fumo.
- Davvero? -
dissi.
- Perché, tu
non lo senti?
- Io non
sento gli odori, papà... - dissi fiacco. Era un dato di fatto che
proprio non voleva registrare. Come poteva, visto che
non mi stava mai a sentire?
- Sì, va be'. Magari digli
di non fumare in camera.
- Certo che
glielo dico, papà! - risposi. Ignoravo d'essere a pochi mesi dal diventare fumatore a mia volta.
Dovevo
dirgli qualcos'altro prima che andasse? L’unica cosa che avevo in mente era che
non mi andava che prendesse il bus da solo, perché se il suo stato d'animo era solo
vagamente somigliante al mio…
Ma non glielo potevo dire: avrebbe pensato che mi stavo facendo prendere dalla strizza. E poi andiamo, papà non è affatto incline ad elucubrazioni così irrazionali, mi dissi, probabilmente non capirebbe. Nondimeno mi
sarei sentito meglio se avessi potuto accompagnarlo alla stazione, ma sarebbe stato da pazzi.
- Bhè,
allora ciao. - mi disse. Mi diede la mano, poi ci toccammo le guance con le
guance e infine anche io dissi ciao.
- Domani ti telefono - aggiunsi.
Lo seguii
con lo sguardo mentre si allontanava tra le due file di porte chiuse. Le spalle troppo curve sotto il giubbotto
chiaro, i capelli troppo grigi, il passo appesantito. Avrebbe passato un'altra
notte insonne in treno, lo sapevo, prendeva la cuccetta nella speranza di
dormire, ma poi nel treno non dormiva mai.
- Prendi un
taxi fino alla stazione! – gli dissi.
- Non
gridare, ché svegli tutti! - sibilò lui col suo tono di biasimo che conoscevo da
quasi vent'anni, il suo tono di sempre, come nulla fosse. Non erano nemmeno le nove di sera.
E' il solito,
pensai. Il novanta percento delle frasi che mi rivolge cominciano per
“non”.
Torbidamente
gliene fui grato.
Lo vidi
avviarsi per le scale e un attimo dopo non mi arrivò più nemmeno l'eco dei suoi
passi. Il corridoio lungo un chilometro; le porte chiuse; una finestra già buia
alle mie spalle.
Entrai in
stanza e spalancai una delle valigie, poi cominciai a prepararmi il letto
usando le lenzuola con le mie iniziali ricamate sopra.
Cacchio, mi hai ricordato i miei esordi universitari... tutto sommato molte cose sono in comune... città nuova, collegio religioso, insomma... molte cose che collimano...
RispondiEliminaMi ricordo anche che prima di andare in collegio passai da un altro collogio/convento proprio attaccato ad una chiesa (si parla di Genova) e lì mi aveva accolto la TRISTEZZA SOVRANA che tu hai saputo descrivere benissimo...
La cosa che cambia tra le nostre storie è che poi tu in quella città ci sei rimasto e ti sei pure laureato... Io, a Genova, non ho fatto nessuna delle due cose...
Etto
mi piace mi piace mi piace, aspetto impaziente il prosieguo. Io sono fissato per le biografie, in questo caso per come ricordi e scrivi della tua vita passata e te l'ho già detto. A proposito del precedente post, io restando in territorio fiorentino avrei parlato di "pipe" (è' piu' adatto per gente di una certa classe).Parlerei ore ed ore di questo interessante argomento, ma devo andare. ciao
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