Quindi siamo a far bagagli, ecco qua.
Intanto penso che il mio francese è di gran lunga peggiore del mio inglese già
di per sé inesistente. Per me e mio padre Parigi è una città un po' speciale,
ma in fondo per chi non lo è? Ne parlavo giusto venti giorni fa in palestra con
una ragazza, dandomi arie da viaggiatore, col tono consumato (quasi annoiato) di chi a Parigi ci
va ogni settimana, ma non credo d'averla convinta; le donne hanno fiuto per certe cose, le donne hanno fiuto quasi per tutto.
A Parigi ci sono stato altre volte, prima
o poi ne parlerò. In occasione dell'ultimo viaggio ero con padre e fratello;
credo in effetti che fosse stato proprio papà a regalarci quel viaggio. Fu una bella esperienza caratterizzata poi da un piccolo inconveniente finale. Avete
presente quel vulcano islandese dal nome impossibile che eruttò paralizzando i
voli di mezza Europa? Successe poco prima che cercassimo di tornare in patria. Restammo
praticamente bloccati a Parigi quattro giorni in più, inspiegabilmente seccati
dalla faccenda (in effetti dovevamo tornare a rispettivi lavori, e il fatto di
avere un alibi così apocalittico non faceva presa sul nostro insensato senso di
responsabilità; né peraltro aumentava la nostra disponibilità economica).
Alla fine tornammo in treno, uno strazio
interminabile. In viaggio facemmo conoscenza con Eric, un corpulento programmatore di
computer di Perth; non ricordo più cosa l'avesse portato a Parigi, né perché stesse
guarda caso studiando la lingua italiana. So solo che era ben felice di fare il
viaggio con tre italiani, avrebbe potuto esercitarsi,
che bellezza. Eric era simpatico, ma quella fu l’oziosa conversazione da treno più estenuante cui abbia mai
partecipato, di gran lunga peggiore di certe confidenze non richieste durante
le sussultanti notti negli Espressi notturni a lunga percorrenza. Inoltre credo
che se non fosse stato per quel poco di inglese di mio fratello non saremmo
andati molto oltre le presentazioni. Grazie a Dio era notte, e finalmente fu il
momento di aprire le cuccette e dormire. Ma all'epoca pesavo una ventina di chili
in più, ero un barile e russavo come un trattore alimentato con la dinamite:
dividere con me il compartimento era garanzia di insonnia. Difatti la mattina
dopo mio padre teneva il muso lungo, come sempre quando non ha chiuso occhio,
ed Eric aveva gli occhi gonfi per il sonno perso, ma almeno aveva l'esilarante
ricordo dei calci che mio fratello mi
aveva rifilato con cattiveria durante la notte, lanciando il piede dalla sua cuccetta, nella speranza che
smettessi di strozzarmi. Per la verità io non m'ero accorto di nulla ma venendo
a sapere dei calci avevo guardato mio fratello con aperta perplessità
chiedendo: "Ma... bastardo, potevi svegliarmi e chiedermi di girarmi,
voglio dire, cazzo, perché i calci?".
- Col frigo funziona! - si era giustificato
lui.
Un annetto dopo Eric sarebbe venuto a
trovarci a Firenze, insieme alla moglie e ai due figli adolescenti. Mia cognata
lo volle a cena e, tenetevi forte, io mi incaricai di cucinare le verdure, proprio così. Ero
diventato single da poco e in quelle settimane mi piaceva fingermi autonomo al
punto da dilettarmi in cucina, povero me. Ma a quanto pare quella sera me la
cavai. Fu una fortuna che avessi pensato alle verdure, perché fu praticamente
l'unica cosa che vollero assaggiare, spaventati dall'abbondanza del banchetto
preparato da mia cognata. Alla vista delle sue ottime lasagne (lo erano davvero) reagirono come le scimmie di 2001 alla
vista del Monolito Nero. Forse erano vegetariani, impossibile capirlo, perché l’italiano
di Eric non era migliorato molto, nel corso di quell’anno. O forse non
mangiavano granché d’abitudine. Tuttavia ancora oggi non so se fossero semplicemente
a dieta o se piuttosto non abbiano perso l'appetito mentre li accompagnavo in
macchina alla nuova casa di mio fratello, fulminati dallo shock di vedermi
parlare al cellulare mentre guidavo. Peraltro guardando il navigatore. Credo di
non aver mai sentito sibilare un “Oh, my
God!” più accorato e sincero di quello che scappò ad Eric, il quale si
teneva alla cintura di sicurezza con due mani. E meno male che andavo piano.
* * *
Ma mi rendo conto solo ora di aver
divagato, e di brutto. L’australiano Eric non avrà assaggiato le lasagne di mia
cognata (nel frattempo divenuta ex-cognata),
in compenso s’è pappato tutto il tempo a mia disposizione. L’idea è di fare un
tuffo in acqua prima di partire, ma dubito di riuscirci, a questo punto. Devo
finire di fare la valigia.
* * *
Un'ultima cosa: ho lasciato al mio blog l’ordine
di pubblicare un paio di post che dovrebbero apparire spontaneamente nei
prossimi giorni. Nulla di che, sono citazioni da libri che sto leggendo e non
hanno nulla a che vedere con me, con voi o col viaggio. Le avevo preparate ieri ma poi mi è piaciuta l'idea del post programmato. Sono brani che mi hanno colpito e basta; è quel
genere di roba che quando la leggi pensi: “Cristo, perché non l’ho scritto io?”
Quindi a presto. Questo post dovrebbe
pubblicarsi da sé alle nove e nove di domani mattina, il futuro rispetto al momento in cui l’ho
scritto, il passato per voi che leggete. Se non ho sbagliato i calcoli, quando apparirà, se apparirà, dovrei essere da qualche parte nel cielo. Guardate in
alto.
Ultimissima cosa: di solito quando metto un post me lo rileggo millemila volte per stanare refusi ed altri errori. Ce ne sono sempre. Stavolta non lo posso fare, quindi se trovate refusi ed altri errori: nun me rompete.
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