Dice: ma tu che ne pensi di questa intelligenza artificiale, lo sai che se glielo chiedi è capace di scrivere nel tuo stile?
Dico: bello pensare di averne uno. Di stile, dico.
Dice: falle leggere qualcosa di tuo, vedrai che impara.
Dico: ma per fare cosa?
Dice: per farle scrivere i post al posto tuo.
Dico: grande, perché non ci ho mai pensato? E io ancora qui che uso le mie stupide dita.
Dice: tu prova, poi mi dici.
Dico: ma provare cosa, esattamente?
Dice: prova.
Ed eccomi qua, che altro dare in pasto a questa macchina se non roba che ho scritto quando ancora scrivevo? Le ho passato l’indirizzo del blog, le ho detto leggi, questo sono io, vedi se riesci a capirci qualcosa; una certa fiducia nelle possibilità del mezzo, considerando che non ci sono riuscito io in cinquantun anni, ma lei dovrebbe essere più veloce, almeno è quello che dicono.
Lei, sì, la mia AI è femmina, avevate dubbi a riguardo?
Comunque il blog è ancora qui, una cosa di cento anni fa, ci sono i disegni, i libri che leggevo, cose sulle quali a quanto pare avevo delle opinioni, e soprattutto c’è questo quarantenne che parla, parla, ogni tanto dice qualcosa di buono, altre volte lo lascerei finire solo per educazione; io ho preso tutta questa roba e gliel’ho messa davanti, pretendendo che lei mi riconoscesse, trovasse un filo, questo modo di prendere le cose, questa ironia, le parentesi, dovresti riuscire a vedermi, da qualche parte lì in mezzo.
Poi ho cominciato a rileggere anch’io, per vedere cosa le avevo dato da leggere, un poco tardi per preoccuparmene ma pazienza, e in molti punti non sapevo nemmeno più dove sarei andato a parare, leggevo come si legge qualcosa scritto da un altro, solo con un certo imbarazzo in più e la tentazione di intervenire, spiegare che sì, va bene, però bisogna anche considerare quando l’avevo scritto, cosa pensavo allora, cosa ancora non sapevo; e mentre cercavo tutte queste attenuanti mi è venuto il dubbio che le stessi chiedendo una cosa abbastanza scema, a lei, riconoscermi attraverso qualcuno nel quale io stesso facevo fatica a riconoscermi.
Perché lo stile, adesso mi pare di capirlo, veniva anche da lì, dal modo in cui pensavo dieci o quindici anni fa, da quello che mi sembrava importante precisare, dalle cose sulle quali potevo sorvolare e da quelle che invece dovevo trascinarmi dietro per mezzo post, convinto che prima o poi sarebbero servite; ora lei potrebbe anche imparare tutto, restituirmi le frasi con le virgole al posto giusto, le mie manie, persino quelle che non sapevo di avere, e io direi sì, gli somiglia, però intanto sarei passato al lui (lui, lei, essi, chi è che ha scritto questo post?), senza nemmeno accorgermene.
O magari mi sto raccontando anche questa, tutta questa distanza, questo essere diventato un altro, e poi l’unica cosa che balza all’occhio è un pattern riconoscibile, una certa disposizione delle mie solite quattro cose, le prendi da un post, le ritrovi in quello dopo, cambi il libro, il disegno, il motivo per cui mi girano le palle e sotto c’è sempre quello; magari quanto a questo l’unica cosa che è cambiata è che mi è passata la voglia di scriverne, che una volta almeno mi prendevo il disturbo di dare una forma alle mie ripetizioni, adesso nemmeno quello, e allora perché non farlo fare a una macchina, che bellezza, lei scrive e io posso continuare a non averne voglia, senza che il blog ne risenta, anzi magari riprende vita, trova nuovi lettori, qualcuno mi dice finalmente sei tornato, mi mancava il tuo modo di vedere le cose, e io grazie, gentilissimo, anche a me.
Un po’ di tenerezza la provo, per quel quarantenne, ma qua e là mi prenderei a coppini, anche perché tante cose che perdoneresti a un quarantenne diventano inaccettabili in un cinquantunenne, e non vorrei che fossero proprio quelle che mi sono rimaste; poi mi domando che cosa avrei da dirgli, potendo, dopo tutti questi anni e con tutta questa presunta esperienza, e mi accorgo che non avrei chissà quali consigli, nessuna rivelazione che possa giustificare il disturbo di comparirgli davanti più grigio e bolso, magari proprio mentre mi sento brillante e pieno di opportunità, davanti alla tastiera, davanti a questo blog)
Gli direi guarda che i prossimi dieci, quindici anni andranno via alla velocità della luce, che nemmeno te ne accorgerai, sarai già lì, anzi qui, adesso, ti vedi, più grigio e bolso (appunto) e anche un po’ incazzato, tanto per cambiare, ma non farne un dramma, ché la vita è quella cosa che ti corre via dalle dita mentre ripensi a qual era la cosa che avresti dovuto fare invece di quella che hai fatto, qualunque essa sia; e già me lo vedo che cerca di capire se ci sia sotto un avvertimento preciso, qualcosa da evitare, una data da segnarsi, mentre io cerco solo di ricordarmi com’era stare lì, dalla sua parte, con tutti quegli anni ancora da perdere.
Poi basta una parola, un nome (forse proprio il mio), e torna qualcosa che nei testi non c’è, o forse c’è ma lo posso leggere solo io, questa confusione dolciastra, guidare in una sera d’estate con la mano fuori dal finestrino, una Marlboro tra le dita e il tramonto nello specchietto, andare da qualche parte che adesso non ricordo, ammesso che fosse importante, e intanto ancora luce, la strada davanti, nessuna fretta di arrivare; questo vorrei chiedergli, semmai, dove stavamo andando, quella sera, ma magari non lo sapeva nemmeno lui.
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